Di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani
Negli ultimi tempi, le immagini generate dall’intelligenza artificiale hanno sollevato interrogativi critici sull’autorialità e sull’origine dell’opera d’arte. Un esempio emblematico (e non meno problematico) è la produzione di immagini in “stile Studio Ghibli” da parte di modelli come ChatGPT. Qui si scontrano due visioni: da un lato, il concetto tradizionale di Autore come genio creatore, la cui unicità generativa è irripetibile e indissolubilmente legata alla sua soggettività conscia e inconscia; dall’altro, un paradigma post-strutturalista in cui l’autore si dissolve in una rete impersonale di segni, codici e processi anonimi. Una terza visione, “contaminata” è possibile?
L’Autore insomma è morto?
Già nel 1969, Roland Barthes proclamava “la morte dell’autore” per enfatizzare il primato del testo rispetto alla soggettività creatrice. Michel Foucault, in Cos’è un autore?, sposta la questione sul piano del potere: l’autore non è una persona, ma una funzione che organizza il discorso, stabilisce limiti e garantisce autenticità. Deleuze, nelle sue lezioni su Foucault, spiega agli studenti ad esempio che una lettera non ha un’Autore. Al limite ha un firmatario.
Se l’autore è una costruzione culturale, allora l’IA, come ChatGPT, non si inserisce in questa genealogia?
Quando un modello di IA genera un’illustrazione in stile Ghibli, non si ha più un individuo che crea, ma un sistema che riattiva segni già sedimentati nella cultura visiva. Il concetto di “autore” si dissolve in una macchina testuale che produce immagini senza un soggetto identificabile.
Questa prospettiva si collega alla nozione heideggeriana del “si” impersonale. Nel linguaggio quotidiano, dice Heidegger, non siamo noi a parlare, ma “si parla”: un processo anonimo che ci precede e ci attraversa. L’IA funziona in modo simile: non “crea” come un artista, ma rielabora ciò che “si è già detto” nell’immaginario collettivo. Un’immagine generata in stile Ghibli non è il prodotto di un’intenzione individuale, ma il risultato di un archivio culturale che si autogenera attraverso la macchina.
Da ciò emerge un’importanza sempre maggiore degli archivi e della psicosfera come inconscio esteso. Che ne è dell’opera creativa come divenire con l’altro in un impresa infinita?
Jacques Derrida, in La scrittura e la differenza, mostra come ogni testo sia sempre un palinsesto di tracce precedenti. Non esiste un’origine pura, ma solo un gioco di differenze che rinviano l’uno all’altro. L’IA, in questo senso, non è diversa da un autore umano: essa non “crea” nel senso romantico, ma riscrive continuamente.
Le immagini Ghibli generate da ChatGPT non sono copie di un originale, ma variazioni su un tema: non c’è un’origine fissa, ma una catena infinita di ripetizioni con differenze. Il modello non è un autore, ma un meccanismo di disseminazione, proprio come lo è ogni testo secondo Derrida.
Gilles Deleuze spinge oltre questa riflessione con il concetto di impersonale. L’arte non è espressione di un soggetto, ma un processo di intensità e flussi anonimi. Pensiamo al rizoma deleuziano: un’opera non ha un punto di partenza univoco, ma si sviluppa in connessioni multiple, senza un centro.
L’IA, in questo senso, è un dispositivo perfettamente deleuziano: essa non “crea” secondo una logica autoriale, ma produce immagini come un flusso ininterrotto, un rizoma in cui ogni output è una variazione su infinite possibilità.
L’autorialità, nell’epoca dell’IA, non è più legata a un nome proprio, ma a un processo. La generazione di immagini in stile Studio Ghibli da parte di ChatGPT è un perfetto esempio della dissoluzione dell’autore in una rete impersonale di segni, codici e ripetizioni. L’arte non è più espressione di un Io creatore, ma un gioco di differenze anonime che si riproducono all’infinito.
È un gioco senza Io? Ce n’è abbastanza perché la psicoanalisi si ponga delle domande.
Uno psicoanalista potrebbe interrogarsi ad esempio sul rapporto tra autorialità e inconscio.
Se l’autore è una funzione e l’impersonalità è il tratto distintivo della creazione algoritmica, dove si colloca il desiderio in questo processo? L’algoritmo ha un desiderio o è semplicemente un riflesso del desiderio umano?
Possiamo parlare di un inconscio algoritmico che ripete e rielabora simboli e fantasie preesistenti? Che ne è della soggettività incarnata e del piacere/dolore che si accompagna a ogni processo creativo?
L’idea di una creazione “impersonale” e decentrata ricorda la concezione lacaniana di inconscio strutturato come linguaggio: l’algoritmo funziona come una formazione dell’inconscio, un lapsus tecnologico che rivela qualcosa di più profondo sul soggetto che lo interroga?
In questo senso, il post-strutturalismo aveva già anticipato la sfida dell’IA: non ci sarebbe più un Autore, non ci sarebbe più Io, ma solo un processo di scrittura e riscrittura senza origine e senza fine.
Eppure, ci chiediamo di chi sia il desiderio che l’algoritmo mette in scena. Chi lo usa, chi lo interroga, gli fornisce input che rivelano desideri inconsci, proprio come un soggetto in analisi porta i suoi sogni e i suoi lapsus. Cosa succede quando la creazione non è tutta né dell’algoritmo, né dell’umano, ma è qualcosa che avviene “tra” e “con”?
Possiamo vedere l’algoritmo come una macchina di lapsus, un sistema che produce immagini e testi che sfuggono al controllo intenzionale del soggetto, ma che possono rivelare qualcosa di latente “tra” una soggettività e un “archivio”.
Per esempio, la fascinazione per immagini generate in stile Studio Ghibli potrebbe non essere solo un apprezzamento estetico, ma la manifestazione di un desiderio più profondo legato all’infanzia ad esempio, alla nostalgia o alla ricerca di un’immagine del mondo meno angosciosa. L’algoritmo, in questo senso, potrebbe funzionare come un dispositivo che fa emergere il fantasma collettivo di chi lo usa, rivelando qualcosa di latente attraverso le sue produzioni.
Se in analisi un lapsus può rivelare un desiderio inconscio, allora possiamo chiederci: le immagini generate dall’IA, nella loro impersonalità, non funzionano forse come il lapsus di un’intera cultura?
L’algoritmo non pensa, non sogna, non desidera. Eppure, il modo in cui elabora le immagini ricorda le modalità inconsce di produzione di senso: opera attraverso associazioni libere e condensazioni, ripete schemi visivi preesistenti, rivelando una memoria collettiva, produce risultati imprevedibili, talvolta perturbanti, simili a lapsus visivi.
Esprime il desiderio non dell’algoritmo stesso, ma di chi lo interroga.
In questo senso, possiamo vedere la produzione di immagini AI non come una semplice simulazione dell’arte, ma come un fenomeno che mette in scena l’inconscio tecnologico della nostra epoca—un inconscio che parla attraverso un codice matematico, ma che continua a esprimere i sogni, i fantasmi e le ripetizioni della nostra cultura.