Avant-coup e Après-coup

Leggere è sempre interpretare. Alcune riflessioni sulla psicoanalisi "applicata". Di Leonardo Spanò.

“La critica psicoanalitica è innanzitutto la messa in evidenza, nell’opera, di quelle fonti che si possono collegare all’inconscio. L’inconscio dell’autore? Senza dubbio, ma soprattutto l’inconscio del lettore, dello spettatore, di chi ascolta.”


Leggere è sempre interpretare. Alcune riflessioni sulla psicoanalisi "applicata".  Di Leonardo Spanò.

Leggere è sempre interpretare.

Henry Miller, I libri nella mia vita

 

Interpretare consiste sempre nel mettere sullo stesso piano due testi:

quello dell’autore e quello dell’interprete.

Tzvetan Todorov, I libri e la vita

Per ragioni che riguardano le mie passioni profonde sono da sempre stato molto attento al dibattito, ancora oggi aperto, attorno alla così detta psicoanalisi “applicata”. Per alcuni psicoanalisti attività del tutto surrettizia, derivativa e secondaria, per altri un esercizio di stile e per altri ancora – pochi, si direbbe – un vero e proprio modo di intendere il mondo e di provare a leggerlo.

Ho sempre trovato illuminanti e acute e condivisibili le riflessioni che proponeva Elvio Fachinelli attorno a questo tema: “Ma proprio la consapevolezza di ciò che è radicalmente nuovo e diverso nell’esperienza analitica e che per certi versi è anche arcaico – potrebbe dare senso e fecondità a quell’ampia fascia di studi che coinvolge psicoanalisi e arte o letteratura. A condizione però di operare un rovesciamento vero e proprio dell’oggetto di esame. Non più (o non soltanto…) disseminazione dell’analisi negli sconfinati territori della letteratura, dell’arte, della “varia umanità”; ma piuttosto, curiosità, scrutinio retorico, interesse scientifico verso un modo di conversazione conoscitiva che è probabilmente la più significativa innovazione introdotta nel discorso occidentale dopo la “nobile sofistica” di Protagora e Socrate”.

Mi piace inoltre citare almeno tre lavori di psicoanalisti italiani contemporanei, diversi per struttura, contesto e contenuti, che realizzano bene queste premesse: “Perdere la testa. Abiezione, conflitto estetico e critica psicoanalitica” di Giuseppe Civitarese, “L’autobiografia psicotica” di Maurizio Balsamo e “Riflessioni psicoanalitiche su scrittura, cinema e arte. Di fronte alla bellezza e alla perdita” di Paola Golinelli; di questi ultimi due ho anche scritto in passato.

Ritornare a riflettere su questi argomenti mi è stato suggerito dalla recente pubblicazione presso l’editore Alpes del libro intervista di André Green con Dominique Eddé “La lettera e la morte. Le parole nella giungla” (edizione italiana – curata con grande attenzione e intelligenza – da Valter Santilli di “La Lettre et la Mort”, comparso in Francia nel 2004 per Denoël) e dal seminario intercentri organizzato dal CPdR e dal CPF che si terrà in via Panama questo sabato 15 marzo, a cui parteciperanno i due segretari scientifici, Maurizio Balsamo e Cecilia Ieri insieme con Giovanni De Renzis, autore di una colta quanto appassionata prefazione all’edizione italiana; a rendere ancora più interessante il dibattito, sono chiamati a discuterne Fiamma Vassallo, Augusto Mazzarella e Chiara Matteini.

Queste undici, intensissime, interviste hanno un precedente molto significativo in un libro del 1992 “La Déliaison. Psychanalyse, anthropologie et littérature” (trad. it. Antonio Verdolin, “Slegare. Psicoanalisi, antropologia e letteratura”, Roma, Borla, 1994) che Green dedica interamente alla questione della psicoanalisi applicata e ne rappresentano una ideale seconda parte in forma di dialogo – insieme a quelle che definirei altre tappe di questo discorso, di fatto mai interrotto da Green negli anni, rappresentate da pubblicazioni quali “Révélations de l'inachèvement. À propos du carton de Londres de Léonard de Vinci”, uscito per Flammarion nel 1992 (tradotto in italiano nel 2022 sempre presso l’editore Alpes) o “Sortilèges de la séduction. Lectures critiques de William Shakespeare” del 2005 e ancora “Joseph Conrad: le premier commandement”, del 2008 .

Fedele in questo a Freud, che per primo aveva accordato un posto di rilievo alla psicoanalisi applicata all’arte (che si trattasse di letteratura o di pittura o di altre produzioni culturali poco importa) e che aveva sempre ribadito come la psicoanalisi fosse solo una delle fonti di accesso allo psichismo inconscio (e suggeriva sempre di frequentare di più i poeti e gli artisti), Green, contrariamente a molti suoi contemporanei a cui ironicamente e polemicamente aveva dedicato quel primo libro, non ha mai smesso di prolungare questa tradizione, avanzando, come era sua abitudine, dalle posizioni freudiane, aprendo e complessificando ulteriormente la questione e espandendone gli effetti. André Green si propone di dimostrare che la psicoanalisi applicata alle opere letterarie è molto più che un’attività secondaria per un’analista e ci invita nel suo personale laboratorio dove attraverso quella che è stata la sua ricerca, segnatamente su temi quali la rappresentazione e il negativo, affronta grandi opere letterarie, provando a far emergere i meccanismi inconsci della scrittura e della lettura.

“Slegare”, libro che Green non a caso ha sempre considerato “maggiore” insieme con i suoi titoli più famosi, si costruisce attraverso una serie di riflessioni psicoanalitiche sull’antropologia e la letteratura, nelle quali vengono affrontate le opere di autori quali Sofocle, Shakespeare, Puskin, Dostojevski, Proust, Sartre, Borges – nel libro intervista si aggiungono anche Joseph Conrad e Henry James –  sempre sostenute  dall’idea che egli esplicita, con la sua consueta lucidità e chiarezza nel densissimo primo capitolo e che rinnova dodici anni dopo ne “La lettera e la morte”: “La critica psicoanalitica è innanzitutto la messa in evidenza, nell’opera, di quelle fonti che si possono collegare all’inconscio. L’inconscio dell’autore? Senza dubbio, ma soprattutto l’inconscio del lettore, dello spettatore, di chi ascolta.” Critica psicoanalitica, è già un bel salto: si sente una grande differenza e distanza dal termine e dal significato di psicoanalisi applicata, “è chiaro che il termine “applicazione” non è molto adatto”. E poi prosegue illustrando come la lettura psicoanalitica sleghi il testo letterario, arrivando così a cogliere i suoi funzionamenti inconsci. Partendo dalla nozione di un inconscio del testo come oggetto della ricerca, dimostra che, in questo tipo di lavoro, l’analista opera come analizzatore del testo: attraverso questa operazione è possibile assistere appunto allo slegamento, un movimento di liberazione e apertura di strutture soggettive inconsce, ospitate o giacenti dentro l’opera, come ad esempio il complesso di Edipo, il complesso di castrazione, il rapporto con la morte – tema carissimo a Green – , il rapporto con il vuoto,  tutti comuni tanto all’autore quanto al lettore e ovviamente all’analista. Nelle sue parole: “C’è un punto fermo, difficilmente discutibile. L’analista è spesso un lettore di opere letterarie. Le sue letture suscitano in lui dei movimenti affettivi e dei processi di riconoscimento di certe manifestazioni che egli non ha difficoltà ad attribuire all’inconscio. Se acconsente al tentativo di analizzare ciò che succede dentro di lui – qualcosa che supponiamo non sia tanto diverso da ciò che accade in qualsiasi altro lettore – allora può afferrare una rete di legami che nel testo non appaiono. Quando dico “che non appaiono” è perché voglio soprattutto sottolineare che spesso sono dei dettagli che sembrano avere un ruolo accessorio e che pertanto, messi in relazione gli uni con gli altri, rivelano alcuni aspetti che io attribuisco all’inconscio. Nonostante che in questa situazione l’analista sia apparentemente in un ruolo attivo – decifra, si sforza di comprendere, capisce – di fatto subisce l’effetto del testo. Come nella situazione analitica? Per niente! Qui è un testo a metterlo in movimento, vale a dire che muove i suoi processi inconsci attivati dalla lettura. Questi hanno qualcosa a che vedere con i movimenti inconsci dell'autore del testo? La questione è tutta qui. Nell’autore la mobilizzazione dei processi inconsci viene filtrata attraverso il lavoro di scrittura, la quale è una nuova fonte di elaborazione e nello stesso tempo un nuovo velo steso sull’inconscio. Risulta evidente che qui, in queste condizioni, non si tratta di analizzare lo scrittore: magari la sua opera, ma certamente non l’autore”. Ho voluto corsivare volutamente quest’ultima frase per sottolineare come l’operazione di Green, con gesto abile e felice, riesca a eludere e a non cedere a un’operazione di “spiegazione” del lavoro dell’artista e a quella di una applicazione di categorie interpretative che facciano da didascalia a quello che si legge. Infatti, troppo spesso, ancora oggi, quando uno psicoanalista si confronta con la letteratura, l’arte o il cinema sembra non riuscire a liberarsi da questo fraintendimento di fondo. È una abitudine che tuttavia non manca di padri nobili, tra cui, è bene ricordarlo, lo stesso Freud che in “Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci” provò a ricostruire i tratti della personalità dell’artista a partire da un’interpretazione della sua opera – anche se a dire il vero fu lui stesso ad ammettere il carattere approssimativo e dimostrativo del suo saggio –. Restano molto illuminanti le pagine impietosamente critiche dedicate a questo tema da Rudolf e Margot Wittkower, nell’ormai classico “Nati sotto Saturno”.

Con Green, siamo piuttosto dalle parti del Freud di “Al di là del principio di piacere” e, volendo, successivamente con Lacan e la sua teoria del significante: entriamo, cioè, nella possibilità di riconoscere che esiste qualcosa che impedisce di poter ridurre a un significato definitivo il sintomo; non esiste infatti una causa che lo muove secondo una logica verticale, ma piuttosto il suo sviluppo segue una traiettoria orizzontale. È necessario, dunque, e questo Green sembra saperlo bene, cambiare ottica: non bisognerà ridurre il sintomo nella ricerca di un suo senso unitario, piuttosto, sarà utile confrontarsi con una logica che è quella di una sua propria ricerca di piacere intransitiva e superficiale. Per questo l’esperienza analitica non può essere ridotta a una semplice ricerca di significati nascosti, ma è piuttosto un perturbante attraversamento della radicalità del non-senso. La psicoanalisi, dunque, non crea conoscenza nel senso comune del termine, quanto piuttosto è capace di compiere un’operazione di interruzione nei confronti dei saperi esistenti. Questa premessa è fondamentale, innanzitutto perché oggi sta tornando in voga una certa idea della psicoanalisi come disciplina del senso: cosa ha da dire la psicoanalisi sulla politica, sull’etica, sull’arte? Non è questo il suo compito. Il silenzio analitico per esempio – su cui Green ha molto scritto – non è un vezzo, un aspetto narcisistico dell’analista ma, sarà bene ricordarlo, una posizione etica precisa: l’atto analitico è un atto di disidentificazione rispetto ai saperi già costituiti.

Che cosa, allora, ha da dire lo psicoanalista sull’esperienza artistica: lo psicoanalista quando si avventura in altri saperi, se è davvero capace di dimostrarsi fedele all’etica di un sapere insostanziale e sottrattivo, e Green tale si dimostra, dovrà invece semplicemente testimoniare del contenuto di verità dell’operazione artistica, senza provare a spiegarla o a “verticalizzarla” verso un contenuto significante. Muoversi lungo l’area della creazione artistica senza trasformare l’artista in un paziente e la sua opera in un sintomo o cedere alla limitatezza che orienta il simbolismo psicoanalitico; come giustamente ci ricorda Fachinelli: “La legna da ardere non spiega il perché del divampare del fuoco”.

Green, in questo libro, sembra avvicinarsi a una concezione del reale che contiene, da sempre, un elemento di trascendenza interna: in altre parole, l’opera d'arte non è riducibile a una superficie, ed è così che, in ognuna di queste interviste, è capace di parlare di letteratura e di sé senza mai tradire un vertice rigorosamente analitico, scantonando ogni tentazione patobiografica dei materiali che via via va affrontando. Pur coinvolgendosi in uno sforzo teso a contribuire a una migliore e più profonda conoscenza delle ragioni dietro l’opera e dei suoi effetti su quanti se ne interessano, è fin troppo intelligente per non capire che è bene lasciare intatti gli enigmi della creazione letteraria. Per affrontare questa questione, si potrebbe ricorrere al pensiero di Alain Badiou, secondo cui l'arte non si rapporta al reale come rappresentazione, ma come atto. Alcune opere artistiche, in effetti, sono operatori in grado di spezzare il tessuto costituito dei saperi, mostrandone la natura antagonistica e non completa. Come nell’atto analitico, una singolarità artistica può interrompere l’unità del senso attraverso gli effetti più che con la forma. La questione, sembra proporci Green, non è tanto contemplare l’opera e stabilirne il rapporto con il reale, quanto capire come utilizzare le sue conseguenze.

 

 

 

 



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