Il desiderio che ama il lutto

Recensione di Patrizia Cupelloni

Il desiderio che ama il lutto

By Saranthis Thanopulos

Quodlibet Studio, Macerata, 2016, 79 pp

Il testo di S. Thanopulos, dal titolo molto attrattivo, risulta al lettore una sorta di appassionata difesa di alcuni snodi fondamentali della psicoanalisi e di come essa stessa possa essere oggetto di desiderio se coraggiosamente affronta l’illusione e la perdita. La disciplina psicoanalitica deve la sua vitalità alla ricerca nella consapevolezza che ogni ancoraggio dogmatico la svilisce e la mortifica.

Questo piccolo volume, denso ed originale, si snoda intorno al tema della mancanza, mancanza intesa come garanzia di ogni differenziazione. S. Thanopulos approfondisce il nucleo teorico della identificazione ed in particolare dell’identificazione isterica, che l’Autore distingue da e confronta con l’identificazione narcisistica. Questi sono alcuni temi centrali che riguardano l’intreccio e la connessione tra isteria ed identificazione, così come hanno trovato posto nella mia lettura. Oltre Freud, ma a partire da Freud, il discorso di Thanopulos focalizza il tema del desiderio e del suo oggetto. Freud parla del desiderio come spinta pulsionale diversa dalla soddisfazione del bisogno, alla vana ricerca dell’oggetto primario perduto per sempre. L’origine del desiderio si rintraccia dunque nella sostituzione del primitivo appagamento da parte del seno che non si trova più nella percezione dell’oggetto reale ma si ha attraverso il mantenimento allucinatorio dell’oggetto. Questo passaggio ne consente il recupero e, attraverso la prima percezione, la ricomparsa.

L’Autore sottolinea che l’identificazione isterica comporta un legame con l’altro, in Freud al contrario la psiche e quindi anche il desiderio sono all’origine autoreferenziali, come si evince dalle considerazioni freudiane espresse già nell’Interpretazione dei sogni. Interrogarsi intorno a questa questione conduce l’Autore a fornire una serie di ipotesi feconde e complesse sulla natura e sulla funzione dell’identificazione isterica.

L’isteria è per Freud una funzione-sintomo di un aspetto psichico patologico. Il blocco isterico chiude all’alterità. L’identificazione isterica è proposta invece da Thanopulos come forma costitutiva dell’apparato psichico, apparato aperto alla ricerca, nutrito dal desiderio dell’oggetto altro da sé, proteso verso l’esterno. Al contrario l’identificazione narcisistica chiude. Come un serpente che si morde la coda torna su se stesso e diviene simbolo per eccellenza dell’autoreferenzialità espressa dall’identificazione narcisistica che nella melanconia ha la massima espressione. L’identificazione narcisistica con l’oggetto perduto chiude il soggetto in una relazione immaginaria e ambivalente con l’altro se stesso amato-odiato.

Il lutto è mancanza, perdita, disillusione, limite, ed ognuno di noi sa che l’esperienza luttuosa spinge il soggetto a conservare dentro l’oggetto perduto: la mancanza chiede, cerca presenza e vicinanza. Illusoria paradossalità. Thanopulos spiega con chiarezza come Il lutto, con l’impotenza che lo accompagna e con il dolore vuoto che genera, sia la funzione psichica che plasma il desiderio, la tensione verso la vita viene percepita nel corpo, va oltre il corpo e si espande nel godimento. Condivido con l’Autore l’idea che Freud ci ha offerto una visione della psiche caratterizzata da un impianto prettamente difensivo basato sul principio di costanza. Thanopulos mette in evidenza il limite di questa teorizzazione: il desiderio, così inteso, rimane chiuso, non si apre al mondo. Il piacere per Freud è nella scarica della tensione e il desiderio non comporta l’implicazione della corporeità.

In un lungo capitolo, ossatura di tutta la ricerca, Thanopulos spiega come l’identificazione isterica sia la cerniera che garantisce, attraverso la perdita e il contemporaneo mantenimento interno dell’oggetto, il rapporto con l’alterità e con la differenza. Egli afferma:” Dove il soggetto spinto dalla pulsione incontra la differenza nasce il desiderio.” (p.10). Differenza e desiderio si nutrono reciprocamente con uno scarto che nella distanza definisce l’io e il tu. L’identificazione isterica risulta così strutturalmente diversa dall’isteria, con una funzione psichica fisiologica.

  1. Kristeva in “Sole nero, Depressione e melanconia”, Feltrinelli, Milano 1986, distingueva la depressione dall’aspetto depressivo. In psicoanalisi considerare l’aspetto depressivo del paziente consente infatti nella cura una dinamica trasformativa. Al contrario invece la depressione, se viene considerata come entità psichiatrica nella sua entità patologica, cancella la specificità delle articolazioni emozionali specifiche nella storia di quel soggetto, nella sua differenziante unicità. Conviene pertanto l’uso dinamico dell’aggettivo a fronte della rigidità chiusa del sostantivo. Questa proposta metodologica ben si addice al discorso di Thanopulos sulla identificazione isterica.

Nell’affrontare l’argomentazione l’Autore ricorre al tema della relazione madre–bambino/a e mostra come l’identificazione isterica garantisca un legame di reciprocità e parallelamente apra all’alterità: una dinamica tra anteriore (utero) e posteriore (placenta). La formula bambino/a, è mia. Ritengo infatti fondamentale la differenza psichica di genere e sono certa che pur non avendo affrontato esplicitamente questo aspetto della differenza tra femminile e maschile l’Autore la condivida. Torno al suo testo. Thanopulos afferma che l’utero è il luogo simbolico di gestazione, che in attesa di una forma è già. Sottrarre all’utero la valenza patologica di tipo psichico (isteria) e restituirgli il carattere fisiologico, definendolo “luogo” che ospita l’alterità, è operazione innovativa e contributo originale al discorso della nascita del soggetto e dell’identità.

Nel tracciare le caratteristiche dell’identificazione isterica Thanopulos ricorre al sostegno di alcuni Autori come J.-L.Nancy (2006), C. Lévi-Strauss (1965) , P. Aulagnier (1976), L. Matte Blanco (1975), e molti altri, ma soprattutto dialoga con S. Freud e con D. W . Winnicott.

L’interesse che le argomentazioni e le parole dell’Autore suscitano è forte. Tuttavia il discorso a volte si gioverebbe di una maggiore fluidità. Una certa leggerezza espressiva lascerebbe meglio cogliere l’andamento implicito della dinamica di un oggetto che deve essere perso per essere ritrovato: l’essere e il non essere, lo stare e il nascondersi, l’ombra della ragione, la luce del sogno. Non mancano tuttavia punti di grande efficacia come, per esemplificare, quando l’Autore scrive: “l’identificazione isterica con l’altro è la colonna portante della rappresentazione della realtà secondo le modalità del processo primario, in cui tra il soggetto e l’oggetto della rappresentazione c’è e contemporaneamente non c’è differenza. Nel suo far coesistere la differenza e l’identità, si spinge oltre i confini dell’inconscio per dar vita al pensiero onirico del giorno dove processo primario e processo secondario si compenetrano tra di loro” (p.52). Mi chiedo infine se questa brillante focalizzazione teorica non potrebbe trovare nella narrazione clinica un ulteriore arricchimento. Quando a scrivere e a teorizzare è uno psicoanalista, il lettore, che nella maggior parte dei casi è anch’egli analista, va con la mente a rintracciare le figure implicate nel lavoro analitico. Il gioco identificatorio tra analista e paziente alla ricerca di una nuova forma identitaria reciproca chiede apertura, ascolto, trasformazione nel transfert. Le argomentazioni dell’Autore intorno alla differenziazione sono così eticamente e culturalmente ricche che riceverebbero ulteriore linfa se si aprissero attraverso il materiale clinico ad ulteriori approfondimenti della costruzione identitaria. Il discorso terminologico e descrittivo rimane comunque vivace e Thanopulos sfugge al rigore filosofico che per sua natura spoglia questi comuni argomenti (soggetto, oggetto, identificazione, ecc…) dalla carne e dal dolore. Lutto, perdita, soggetto sono termini che la psicoanalisi apre all’ascolto e alla trasformazione nel vivo dell’esperienza transferale e nella singolarità di ogni storia. Mi auguro che l’Autore, che si è misurato in questo bel libro con una sfida di grande livello innovativo, possa considerare in una auspicabile prossima edizione uno spazio espositivo che registri anche la memoria del suo lavoro clinico.

Patrizia Cupelloni, psicoanalista SPI, AFT, Roma

patriziacupelloni@gmail.com