a Martha Bernays

Vienna, martedì 9 ottobre 1883, di notte

Amata, piccola Martha,
che cosa sto facendo? Sono più attivo che mai.
Per lo più divoro un’enormità di giornali, in parte leggo per me, in parte per la rivista medica, sto in laboratorio dove il mio metodo, davvero, procede ancora bene e promette grandi cose, quantunque molto resti ancora da sistemare; la mattina fino alle undici - l’avevo quasi dimenticato - fungo da assistente pieno di buona volontà nell’imparare, premuroso nello scrivere, e talvolta con mansioni operative nelle camere degli ammalati. La situazione, mia diletta, presenta qualche difficoltà e mi sembra di vivere in uno stato di ebrezza e di sogno: è quello giusto per superare una lunga separazione, se poi sia uno stato gradevole è difficile dirlo; è impossibile ascoltare i sentimenti personali. E’ anche una specie di narcosi aver sempre tanto da fare, e tu sai che ultimamente vi ho trovato la salvezza contro la mia eccessiva sensibilità ed eccitabilità. Questo l’avrei raggiunto. Mi sembra quasi che le onde della vita non battano alle mie porte, altre volte scaccio violentemente l’idea di essere un monaco di Scheffel visitato nella cella del suo convento. Nel mio cervello vi è uno strano acquartieramento. Casi clinici, teorie, diagnostica, formule occupano la maggior parte degli spazi rimasti liberi, ho tutta la medicina sulla punta delle dita: qui alloggiano i batteri che ora si colorano di verde, ora di azzurro; la viaggiano i consigli per il colera, tutti belli da leggere ma forse tutti inutili; più forte di tutti echeggia il grido: tubercolosi! E’ infettiva è acquisita, da dove viene, ha ragione Maestro Koch di Berlino a dire di aver trovato l’animaletto filiforme che la produce?
Il sogno svanisce, la vita entra nella mia cella quando si avvicina una tua lettera, allora tutti i problemi stravaganti vanno a nascondersi, allora impallidiscono le vacue teorie, aggiornate “secondo lo stato attuale della scienza”, come sempre si dice.
Allora il mondo diventa così caldo, sereno, comprensibile. La mia diletta non è un’immagine illusoria, non deve essere dimostrata mediante reagenti chimici, essa è addirittura, sebbene non sia una gigantessa, visibile a occhio nudo. Per fortuna non ha nulla a che fare con le malattie – io spero che sia sanissima – ma è stata così imprudente da prendersi per amoroso un medico. Oh Martha, è molto più bello essere una persona che un magazzino di esperienze certe e uniformi. Ma non è possibile essere persona per un’ora, se si è stati pe undici ore macchina o magazzino. E così saremmo da capo.
Domani saprò qualcosa di te mia cara fanciulla. Addio, sii un pochino serena,

il tuo fedele Sigmund

Sigmund Freud "Epistolari"
Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939
Bollati Boringhieri 1960 e 1990