Il metodo come scoperta e la scoperta come metodo

di Antonio Alberto Semi

Roma, 21 settembre 2018

L'analista al lavoro: cambiamenti nella clinica psicoanalitica

 Seminari in collaborazione tra:
Centro Psicoanalitico di Roma e Seconda Sezione Romana dell’Istituto Nazionale di Training della SPI

Secondo ciclo -  Settembre – Dicembre 2018

Società Psicoanalitica Italiana (SPI)
Centro Psicoanalitico di Roma (CPdR)
Seconda Sezione Romana dell’Istituto Nazionale di Training

 

Cari Colleghi,

inizierò questa relazione con alcune piccole dichiarazioni in parte legate ai nostri tempi, in parte invece conseguenti al “chi sono io”. Queste ultime forse non sarebbero necessarie perché è evidente che vi parlo io ma preferisco farle perché esse faranno parte della convenzione che, questa sera, vi invito ad osservare e condividere con me. Si tratta di cose semplici e facili ma io sono affezionato a questa idea cartesiana: ricordate cosa scriveva il nostro? “Molti [ … ] non si curano di qualunque cosa facile e stanno occupati esclusivamente nelle difficili, intorno a cui vanno ingegnosamente costruendo congetture certamente sottilissime e teorie molto probabili; ma dopo molte fatiche, tardi alla fine si accorgono di aver soltanto accresciuto il numero dei dubbi, e di non avere imparato invece  nessuna scienza.” (Descartes, p.7)[1].

Il ritorno a Freud che molti anche grandi analisti hanno effettuato alla fine della loro carriera è secondo me forse anche una conseguenza di questo atteggiamento. Per parte mia non ho il problema del “ritorno a Freud” perché, benché sempre molto incuriosito delle nuove elaborazioni teoriche (spesso dichiarate come innovazioni cliniche, ma su questo semmai torneremo) sono sempre stato un freudiano convinto. E, a questo proposito, mi tocca fare un’ulteriore dichiarazione: non ho mai sopportato – e tuttora non sopporto – le valutazioni di teorie e ipotesi scientifiche in termini di ortodossia, religione, dogma ecc, da qualunque parte provenissero o provengano. Ritengo che si tratti di una tecnica argomentativa scorretta, che tende a spostare l’attenzione dal tema proprio (la coerenza o meno di un costrutto, la validità o meno di un’ipotesi, ad esempio) ad altri temi, concorrendo in tal modo a realizzare proprio ciò che apparentemente si vuol demonizzare ma, soprattutto, evitando in tal modo un dibattito scientifico. Beninteso ad esempio  le dinamiche di gruppo e quelle di potere connesse esistono ma non sono esse il nostro oggetto (questo sì privilegiato) di studio psicoanalitico freudiano, che è l’attività psichica umana. Altrettanto beninteso le dinamiche di gruppo hanno tutto il diritto di qualificarsi come oggetto di studio ma non hanno perciò il diritto di squalificare altri approcci o altri oggetti. Sono, semplicemente, altri oggetti che vanno studiati con altri metodi e altre tecniche.

Personalmente cerco di adottare questo atteggiamento nei riguardi di tante altre metodiche di ricerca e dei loro risultati. Ad esempio mi capita talora di leggere ricerche di cognitivisti e ovviamente non metto in discussione i risultati che loro ottengono con le loro metodiche ma guardo ai loro risultati chiedendomi come  questi risultati possano interrogare le nostre teorie e le nostre ipotesi. Idem dicasi per i neurofisiologi.

Ovviamente non ho l’illusione che i risultati ottenuti con un metodo possano confrontarsi o sommarsi direttamente con i risultati di altri metodi, tipo quello freudiano, ma l’esercizio interrogativo che essi provocano mi sembra sempre assai utile.

Quando mi dichiaro ‘freudiano’, dunque, intendo semplicemente dire che lavoro per lo sviluppo di ipotesi e teorie che mi sono sembrate convincenti e, come tutte le buone teorie, incomplete e perciò stesso stimolanti. Due grandi aree di incompletezza, sono, ad esempio, quella che riguarda il rischio di possibile dualismo (corpo/psiche) e quella ad essa collegata che riguarda il rapporto Es/Io e l’area, compresa in quest’ultima, della sensazione/percezione. Ma tutte le ipotesi e teorie sono state costruite a partire dalla semplice osservazione e dalla conseguente ipotesi relativa alla insufficienza della coscienza e al conseguente interrogativo relativo al cos’altro giustifica dunque la nostra attività psichica, ossia al com’è fatto o come si può pensare l’inconscio, inteso sia nei termini descrittivi sia in quelli metapsicologici.

Ora, per quanto mi riguarda, il metodo delle libere associazioni – badate: il metodo, non la tecnica – è lo strumento privilegiato per cercare di rispondere a questo interrogativo. Esso si basa su osservazioni semplici ed evidenti (nel senso italiano del termine) che hanno spinto e spingono ad elaborare appunto un metodo apparentemente semplice ma in realtà nella pratica come sappiamo assai difficile e complicato da usare. Il bello è che le osservazioni semplici e facili del fenomeno dell’associazione mentale sono proprie della nostra cultura da più di 2500 anni ma che il metodo si è cominciato a strutturare da soli centovent’anni: questa distanza temporale ci dà la misura della difficoltà o della franca opposizione ad esso.

Del fenomeno delle associazioni come alternative alle regole della logica ma essenziali per poter lavorare con il pensiero, ci parlano sia Platone[2] sia Aristotele[3], tanto per citare i soliti signori che costituiscono due punti fermi del pensiero occidentale. Ma entrambi – e poi tutti quelli che li hanno cronologicamente seguiti[4] – indicano l’uso di fatto (e necessario) del fenomeno associativo guardandosi bene però dallo stare ad osservare per poterlo porre alla base di un metodo. D’altra parte è importante ricordare che il fondatore-scopritore del metodo ha impiegato vent’anni e più per poterlo formalizzare inizialmente, il che raffigura quanto anche per lui fosse ‘incredibile’ che davvero esso potesse essere un metodo. Dal 1895 degli Studi sull’isteria al 1915 degli scritti di metapsicologia passano appunto vent’anni e solo due-tre anni prima di questi fondamentali scritti Freud pubblicò i suoi scritti di tecnica. Anche qui la parola è importante: rarissimamente Freud parla di metodo, perlopiù tratta di tecnica e solo raramente – come nella lettera a Stefan Zweig del 7 febbraio del 1931 – sostiene che ‘molti’ (cioè non solo lui) considerano questa la più grande scoperta della psicoanalisi. Ma davvero sapeva di aver costruito e scoperto un metodo o questa è stata una domanda che ci ha lasciato in eredità e alla quale dobbiamo cercare di rispondere? Fatto sta che, negli indici analitici delle Opere di Freud manca la voce “Metodo psicoanalitico” mentre è ampiamente rappresentata la voce, con relative sottovoci, “Tecnica”. E ciò anche se, nel 1903, Freud aveva pubblicato, nel volume sulle ossessioni curato da Löwenfeld, un capitolo intitolato “Il metodo psicoanalitico freudiano” (OSF, IV, 407-412).

Insomma quel che voglio dire è che scoprire il metodo non è stato – e per ciascuno di noi non è – affatto facile, tanto più che sembra più semplice parlare di tecnica, mettendo di fatto da parte l’affermazione per cui in realtà di metodo si tratta e, come cercherò di ricordare e mostrare oggi, di metodo conoscitivo generale e dunque applicabile – con le dovute precauzioni e relative declinazioni delle misure tecniche – a diversi ambiti, non solo a quello clinico ma anche, ad esempio, a quello teorico[5].

 

Il fatto è che questo metodo pretende (anche se ritengo che né Freud né molti dei suoi seguaci ne avessero contezza) di riempire o di superare una frattura iniziata con lo sviluppo della scienza, nel  Seicento. Nel Saggiatore (1623) Galileo Galilei scriveva che “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.” In generale si sottolinea, di questa ultima frase, l’importanza epistemologica e metodologica della prima parte, relativa alla “lingua matematica”, mentre non si mette in evidenza che, in tal modo, Galileo non solo svalutava gravemente la percezione diretta ma istituiva anche una scissione diciamo così legalizzata tra il mondo della percezione e quello della scienza. Naturalmente, quel che all’epoca riguardava venti-trentamila persone (fisici, astronomi, astrologi, matematici, teologi, inquisitori ecc.) in tutta Europa, oggi riguarda miliardi di esseri umani. Comunque, però,  rimane il fatto che per me il Sole sorge da una parte e tramonta dall’altra, anche se la “lingua matematica” mi dimostra che è la Terra a ruotare su se stessa e attorno al Sole.

Il metodo psicoanalitico cerca dunque di creare le condizioni per superare questa scissione, senza negare né l’uno né l’altro termine. Mi permetto solo di indicare di sfuggita che questa scissione e la svalutazione del dato psichico individuale (ma anche condiviso) può provocare e forse sta provocando una rivolta (a mio parere regressiva e irresponsabile ma interessante) contro la scienza, quasi che essa fosse e sia responsabile della negazione della realtà percettiva mentre semmai può darsi che essa debba rivalutare i dati percettivi. Insomma un pensiero purtroppo comune sembra essere del tipo “come fanno a dire che la Terra gira su se stessa mentre io vedo che il Sole si muove da una parte all’altra del cielo?”. Sembra un esempio banale, terra-terra ma giriamolo al nostro uso: “come fanno a dire che il paziente si è costruito un’immagine falsa dei propri genitori quando io ho visto che sono delle carogne?”. Oppure anche: “A che serve la teoria metapsicologica, quando io faccio della clinica?” quasi che la clinica, ossia l’attività professionale esperita, potesse sussistere senza un pensiero astratto.

Dunque il metodo delle libere associazioni punta a cercare di capire l’inconscio e a colmare la distanza tra dati apparentemente percettivi e pensiero conscio, ma è un metodo che va scoperto sempre più – dentro ciascuno di noi e tra noi – anche nelle sue implicazioni e applicazioni.

A questo punto smetto con le premesse e parto con un esempio che mi sembra pertinente sia con le premesse sia con il titolo, relativo appunto alla ‘scoperta’ del metodo e al metodo come scoperta.

Il paziente entra, si sdraia, comincia così: “Anche questa notte un sogno, così lei sarà contento. Ieri, prima di andare a letto, mi aveva telefonato Marianna e stavo proprio per dirle di smettere di rompermi, quando lei ha cominciato a dirmi che proprio mi voleva bene e io non sapevo come farla smettere. Beh, nel sogno c’era una scimmia [ride] ma solo all’inizio, poi mi trovavo in una casa che non era la mia, una casa sconosciuta, e giravo per le stanze. C’erano altre persone ma non ricordo chi. …[fa una pausa] C’è una zanzara (agita un braccio per allontanarla). Domani vado a Bruxelles e vediamo come va. Può spostarmi la seduta? Torno giovedì, comunque. Ah, sa cosa mi viene in mente? Che Giovanni m’ha detto l’altro ieri che lei è sempre stato affettuoso con lui. Se le interessa, io gli ho detto che lei  con me è come un pesce stracco, solo quando entro qualche volta mi sembra che lei sorrida. … Tornerei a letto, se potessi. Non ne posso più di questi cretini. Ah, dove eravamo?, non le ho detto come finiva il sogno, che poi non era che finisse, c’era qualcos’altro ma è andato via. Cercavo di ricordarlo ma ero sotto la doccia e a un tratto è mancata l’acqua calda. Doccia scozzese. Così ho scordato cosa c’era dopo. So solo che pioveva, forse ero fuori, mi sembrava tutto sporco. Eppure ho l’impressione che fosse un paesaggio bianco. Bah. Ah, ecco cosa c’era: una biscia.”

[Mentre lui parla mi viene in mente la copertina di un libro che riconosco subito: sono le Controversiae di Seneca il Vecchio, che peraltro non ho mai letto, perché mi interessano poco anche se sono un vecchio lettore di Quintiliano e perché anche il testo a fronte in italiano è difficile, ma che possiedo perché mi sono state regalate da un mio zio, che ha curato l’edizione. (Si tratta, ma mi viene da scriverlo ora, non l’ho pensato durante la seduta, di una traduzione rara, per un secolo nessuno ci aveva più provato.) Ha un atteggiamento piuttosto antipatico, oggi, ma a me è simpatico lui e mi fa strano che mi percepisca come un pesce stracco. E poi tutte queste bestie…]

Gli dico: “Che ci sia un collegamento tra la biscia, il pesce stracco, la zanzara e la scimmia?”

“Vede che con lei non si può parlare liberamente? Si mette lì con le sue idee balzane ma sono idee sue, non mie. [tace e anch’io taccio, c’è  -penso- una controversia in atto] Comunque per la cronaca quando lei ha detto ‘collegamento’ io ho pensato ‘collega mente’ perché quello lì che devo vedere dopo, Rossi – ricorda che le avevo detto? – ci marcia, dice quello che vuole e poi quando verifico scopro che ha detto delle balle grosse così.” [silenzio piuttosto lungo]

Io: “è il ricordo di quando, bambino, non poteva permettersi di masturbarsi nel senso adulto della parola. Però si eccitava andando a fare la pipì. Le balle grosse e la pioggia, il bagno bianco ma sporco, le femmine zanzare-scimmie da allontanare, insomma la masturbazione proibita ma anche la minzione: due cose impossibili da effettuare contemporaneamente da grande eppure, appunto, in qualche modo collegate dal sollievo e dal piacere da piccolo.”

(Silenzio) “chissà quanti anni ha, lei… debbo guardare sulle ricevute. A volte mi sembra giovane; prima , quando parlava, mi sembrava che fosse davvero giovane. Anche un po’ matto, se devo dire. Comunque era Rossi quello delle balle, non io.”

Io: “Lei è Rossi, qui.”

(Silenzio) “Mi secca darle ragione, lo sa, no? La questione delle balle grosse… mi ha fatto venire in mente che da piccolo avevo pensato che l’urina stesse lì e che dovessi svuotare il sacco, ma poi rimaneva sempre uguale. Non poteva starci tutta la pipì, lo vedevo anch’io.”

Io: “Allora Rossi è utile, perché il pensiero ‘Rossi’ le ha fatto venire in mente  ‘balle grosse’ e ora il suo ricordo. Le sembra umiliante aver imparato – diciamo così – a pensare tramite gli altri. Anche il seccarsi per dovermi dare ragione è un ricordo.”

“Ah, dice perché sa che sono sempre stato il primo della classe?... Da Bruxelles tornerò con i soldi, altroché se tornerò con i soldi. Li convincerò. [cambia il tono di voce, è commosso, io resto interdetto, non me l’aspettavo, cos’è accaduto?] Giovedì comunque la pago, sono i soldi più ben spesi, anche se lei è quello che è. Sempre per la cronaca, le dirò che Schwartz m’ha detto che sono cambiato da qualche tempo, che gli sembra che adesso io l’ascolti… in fondo lui è una brava persona…”

Io: “E io ho i capelli bianchi, non neri come da giovane…”

[Attimo di silenzio e poi risata del paziente] “Schwartz, Weiss, capelli… la questione dell’età… sì, ho capito “ [Ha ancora il tono di voce più caldo, un po’ commosso]

Il brano di seduta riportato non pretende di essere dimostrativo ma esemplificativo. Come potete vedere non ho interpretato il transfert direttamente, esplicitamente, anche se la mia ultima battuta è una interpretazione del transfert. Ma ho cercato di far vedere al paziente  cosa ci fosse nel suo discorso associativo cosciente: un’altra storia o svariate storie.

Soprattutto, il brano esemplifica il fatto che il nostro pensiero è il pensiero di un altro, per me nella fattispecie quello di mio zio. Quindi dovevo cercare di capire qualcosa che non avevo ‘voluto’ sapere e capire. Come, appunto, non avevo voluto leggere le “Controversiae”. E continuavo a non voler capire! E come di conseguenza avessi cercato di pensare ad una controversia – peraltro negata o rimossa – piuttosto che ad una concordanza, sulla quale alla fine appunto concordiamo (i suoi soldi sono ben spesi per l’analisi, Schwartz è una brava persona, lui può ascoltare/ascoltarsi ecc.ecc.). Insomma il ‘mio’ pensiero non era poi così mio come in qualche modo cercavo di ritenere, prendendo apparentemente o illusoriamente le distanze da quel che diceva il paziente. Anche per lui, nel suo pensiero cosciente “Rossi” non è l’ingegnere col quale ha spesso a che fare ma è immagine di un personaggio che gli consente di fare emergere alla coscienza la rappresentazione “balle grosse” ma, appunto, senza capire (come me). E Schwartz, naturalmente, attraverso una rappresentazione del contrario (nero/bianco) rimanda a me e  esprime un suo sentimento difficile da dire oltreché tollerare.

L’altra storia che da qui si dipana è quella del suo narcisismo secondario, del suo ‘bisogno’ urinario di essere primo (che peraltro gli ha fatto fare una bella carriera ma gli è costato molto sul piano affettivo e relazionale). L’ambizione. Ma non declinata in una gara con l’altro quanto piuttosto in una esclusione dell’altro. Come se si chiedesse se potrà tollerare l’altro (Rossi-Marianna-Semi) senza abdicare a se stesso.

 

Qui, però, vi porto questa stringa analitica perché essa appunto esemplifica l’applicazione clinica e le ‘pretese’ del metodo psicoanalitico. Tra le quali ce n’è una che non ho ancora detto: il mettere da parte (o cercare di farlo) il pensiero cosciente implica anche il mettere da parte il giudizio, in tutta la sua estensione. Dunque non solo il giudizio “giusto o sbagliato” ma anche il giudizio qualificativo sui singoli termini del discorso associativo. Schwartz non rimanda ad esempio ad una persona ma alla traduzione tedesca di ‘nero’. Se penso a molti seminari non-freudiani in cui si discute di materiale clinico e magari si criticano gli interventi dell’analista come giusti o sbagliati… beh, penso proprio che siano seminari nei quali non viene usato il metodo psicoanalitico ma quello galileiano.

Torniamo a noi. Il primo intervento, quello in cui suggerivo la possibilità di un collegamento tra i pensieri rappresentati dagli animali, dà voce ad una opposizione/resistenza/censura. Mia, sua? Chi parla, allora? Qualcuno che vuole mettere da parte il senso del ricordo, che nella mia testa è quello del libro di Seneca il Vecchio o di mio zio. Ma che è un ricordo suo costruito con le mie rappresentazioni. Lo si vede dopo. Ricordo della fantasia infantile dello scroto-sacco di urina. Qualcosa che lui aveva capito essere illogico o impossibile.

“La riuscita migliore si ha […] nei casi in cui si procede senza intenzione alcuna, lasciandosi sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra e senza preconcetti.” (Freud, 1912, VI,535) Questa modalità tecnica indicata dettagliatamente[6] da Freud è la conseguenza di una caratteristica del metodo, il quale impone che il pensiero conscio vada per quanto possibile messo da parte perché il pensiero dell’altro, in tutto il suo spessore, dunque prevalentemente inconscio, entra comunque dentro di noi inconsciamente e noi dobbiamo poterlo percepire. Come pensiero nostro? Qui sta una delle maggiori difficoltà del metodo, perché riconoscere che “siamo pensati”, cioè che il pensiero che possiamo osservare dentro di noi non è nostro ma dell’altro risveglia le maggiori opposizioni possibili.

Innanzitutto dal punto di vista per così dire perbenista della logica: che l’abbia pensato io è un fatto, verrebbe da dire. Come ci si può permettere di sostenere che si tratta del pensiero dell’altro? Ma anche ammesso che sia il pensiero dell’altro, trascritto nel nostro linguaggio inconscio, non si apre il rischio della arbitrarietà? Non stiamo attribuendo (proiettando?) sull’altro un nostro pensiero? E, da un altro angolo visuale, che peso ha l’oggetto lì presente, il paziente, per il nostro pensiero? A ben guardare, il mio caro paziente proprio questo sostiene: ho delle idee balzane, che comunque sono mie, non sue, forse sono anche un po’ matto. Dovrei essergli grato, da un certo punto di vista, perché mi consente una riappropriazione del mio pensiero, io sono io dopotutto. Ma qui c’è il problema ‘galileiano’. Il rischio del seguire un caso secondo le esigenze dell’utilizzazione scientifica è quello di riproporre la scissione tra endopercezione e “lingua matematica”[7] e in tal caso il risultato psicoanalitico (terapeutico e conoscitivo insieme) è compromesso. Io sono io dunque ma, appunto, ‘dopotutto’. E solo se tollero una mia quanto meno parziale desoggettivazione.

Dal punto di vista scientifico che io sostenga di essere io, con tutto quel che questa parolina comporta, è un fatto teorico, astratto. L’Io non l’ha mai visto in faccia nessuno, per il semplice fatto che si tratta di una costruzione astratta, utilissima, fondamentale anzi, ma astratta. L’esperienza di poter usare la prima persona singolare, quando viene analizzata, mostra infatti tutte le sue crepe. Ci si sono arrovellati i filosofi –e lo fanno ancora – e tanti altri studiosi. E noi con essi.

Voglio dire che il metodo psicoanalitico è stato difficilissimo da scoprire – e lo è tuttora, sia nella sua pratica sia nei suoi sviluppi – perché ci mette di fronte al particolarissimo rapporto che, nella specie umana, c’è tra percezione e endopercezione da un lato e pensiero astratto dall’altro. Scoprire questo rapporto è un compito che ogni psicoanalista deve affrontare dentro di sé ma, diciamo la verità, ancor oggi siamo ben lontani dal poterci permettere di darci una qualche costruzione condividibile abbastanza soddisfacente e abbastanza problematica.

Questo è un caso andato bene – ce ne sono e ci danno una indebita soddisfazione, piacevole e necessaria anch’essa (il pensiero in genere, non solo la teoria, è sempre sessuale) – e la svolta qui è stata manifestata dal cambiamento improvviso dello stato emotivo del paziente, che si commuove senza che io a tutta prima possa capire perché. Ma, appunto, è un momento che in modo semplice pone la questione della tollerabilità o meno della desoggettivazione dell’analista e del paziente che il metodo richiede. Come possiamo tollerare di accorgerci che non siamo noi stessi? Se ci riusciamo, però, abbiamo la possibilità di scoprire davvero l’eguaglianza umana, il che è molto gratificante (almeno per me) anche se può implicare il fatto di riconoscere che possiamo sì essere gli altri ma che questi altri, pur fatti della nostra stessa pasta, sono magari poco gradevoli e comunque diversi uno dall’altro.

Il metodo, da questo punto di vista, implica la disponibilità alla scoperta delle differenze e delle diversità o meglio al superamento delle difficoltà che noi opponiamo alla scoperta del come può essere declinato l’essere umano, come dire come potremmo o avremmo potuto declinarci. C’è, qui, anche tutto il problema della regressione richiesta che mi limito ad indicare. E, innanzitutto, quello della scoperta dell’oggetto.

Qui, forse val la pena di soffermarsi un attimo. L’oggetto è necessario, come sappiamo, fin dall’origine della vita psichica. Senza oggetto non si può pensare e – val la pena di ricordare – senza pensiero non si può vivere. Ma riconoscere lo statuto dell’oggetto nella realtà esterna e in quella interiore non è affatto semplice e le discussioni e polemiche al proposito degli analisti di svariate generazioni lo testimoniano. L’importanza del metodo psicoanalitico freudiano è a questo proposito capitale perché esso consente, escludendo la presenza concreta di oggetti esterni, tranne quella dell’analista, di mettere in evidenza come l’oggetto da un lato non sia mai quello, dall’altro sia sempre incompleto e indefinito, tranne forse nelle più gravi patologie. Il passaggio dall’oggetto del bisogno a quello del desiderio è perciò fondamentale, anche se si tratta di un passaggio problematico e soprattutto almeno in parte reversibile. Il metodo delle libere associazioni, nella misura in cui inevitabilmente scatena le dinamiche del transfert, consente all’analista oggetto del paziente e al paziente oggetto dell’analista di sperimentare in primo luogo l’importanza delle deformazioni (felici o infelici che siano) dell’oggetto della percezione. So che può sembrare banale affermarlo (sennò che ci staremmo a fare?) però dobbiamo sempre riflettere sul costo che questa operazione di desoggettivazione magari transitoria implica ai vari livelli topici. E, dal punto di vista conscio, significa anche che il riconoscimento dell’oggetto dentro di noi è sempre incompleto e implica anche una particolare riconoscenza nei riguardi dell’oggetto concreto, che ci ha dato una quantità di stimoli utili (dolorosi e piacevoli, eccitanti e deprimenti, e via di seguito con tutto il catalogo delle emozioni sperimentabili) ma utili insomma per pensare.

Il metodo consente di ri-scoprire continuamente questo. E anche di potersi permettere, alla fin fine, di riguardare a quel processo misterioso che è la conoscenza umana con un pizzico di autoironia e con una certa considerazione ‘scientifica’. Perché i criteri del metodo psicoanalitico freudiano possono applicarsi anche ad altre realtà[8], oltre che a quella clinica. Ad esempio al pensiero teorico, innanzitutto quello psicoanalitico. La psicoanalisi è un oggetto del nostro pensiero di psicoanalisti e i nostri pensieri nei riguardi di quest’oggetto non sono diversi da quelli che riserviamo agli altri oggetti. Senza oggetto non si pensa e senza pensiero – dicevo prima – non si vive. Le teorie psicoanalitiche e il metodo psicoanalitico freudiano sono strumenti fondamentali per pensare e – senza di essi – la psicoanalisi muore e (proviamo ad usare del nostro orgoglio di psicoanalisti!) l’essere umano facilmente si degrada. Il metodo – che speriamo di poter approfondire – ci mostra come la teoria , fuori della clinica, sia necessaria e, contemporaneamente, ci mostra come l’essere umano non abbia altra possibilità di pensarsi. Insomma il metodo ci pone di fronte al come siamo fatti: incompleti come sono incompleti anche gli altri e perciò anche potenzialmente creativi. In questo senso l’esperienza della analisi comporta anche  - quando va bene come spesso accade – la sensazione del paziente che l’analista sta davvero lavorando e che anche sbaglia, non capisce, ma che, quando non capisce, è perché cerca di ‘pensare con la propria testa’ mentre viene pensato dall’altro. Questa comunanza avvertita è fondamentale perché il paziente senta che, come lo fa l’analista, questo lavoro psichico lo potrebbe fare anche lui, talvolta addirittura scoprendo che il lavoro psichico dell’analista è quello suo, del paziente voglio dire. Beninteso se l’analista ha superato le proprie resistenze ed è disponibile a riconoscere di essere in qualche modo l’altro e di avere perciò un merito relativo nelle scoperte che man mano va facendo.

Grazie.

[1] Descartes R. (1628) Regole per la guida dell’intelligenza. Laterza, Bari, 1954.

[2] Platone, Fedone. Tr.it. in Tutti gli scritti (a c. di G.Reale), Rusconi, Milano, 1991.

[3] Aristotele, La memoria e il richiamo alla memoria. Tr.it. in Parva naturalia. Bompiani, Milano, 2002.

[4] In parte li ho indicati nel mio Il metodo delle libere associazioni, (Cortina Ed., Milano, 2011) specie alle pp. 4-10.

[5] A partire dai Tre saggi sulla teoria sessuale (1905). Sul carattere sessuale della teoria si hanno tuttora resistenze notevoli. Si veda a questo proposito la prefazione di M. Gribinski all’edizione francese: Trois essais sur la théorie sexuelle, Gallimard, Paris, 1987.

[6] Freud S. (1912) Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico. (OSF, VI, 532-541). Dove afferma che “Questa tecnica è invece molto semplice” (p.532) – v. sopra la citazione di Cartesio - e poi, prima della frase citata nel testo, scrive che “Nei casi che vengono destinati fin dall’inizio all’utilizzazione scientifica e vengono curati secondo le esigenze di questa, il risultato è compromesso” (p.535)

[7] Sarà un caso che importanti psicoanalisti ad un certo punto della loro elaborazione vadano verso la lingua matematica e costruiscano una lingua fatta di figure geometriche (griglie, nodi borromei ecc.)?

[8] Se ne veda un bellissimo esempio nell’ultimo capitolo (L’auteur et sa folie) dell’ultimo libro di Laurent Danon-Boileau (Le non-moi – Entre stupeur et symptôme, Gallimard, Paris, 2017).