Parole dell’io, fra melanconia e identità

Si è svolto lo scorso giovedì 23 novembre il quarto seminario di Parole dell’io, presso l’aula 1 de La Sapienza di Roma.

Il fu Mattia Pascal.

Il ciclo di conferenze interdisciplinari, fra italianistica e , stavolta ha preso in esame un romanzo di : Il fu Mattia Pascal.

Non un romanzo qualunque, bensì il romanzo dell’identità, parola chiave a cui è stato intitolato l’appuntamento seminariale. Sono intervenuti Daniele Monticelli, Professore di italianistica e semiotica all’Università di Tallinn, e Angelo Macchia, Membro Ordinario della SPI.

Più vero del vero.

La relazione di Monticelli ha preso il suo avvio a partire dalla Avvertenza sugli scrupoli della fantasia. Una cautelativa serie di pagine pirandelliane sulla assurdità del vero e sulla ragionevole credibilità della emendata verosimiglianza.

“Un uomo o una , messi da altri o da se stessi in una penosa situazione, socialmente anormale, assurda per quanto si voglia, vi durano, la sopportano, la rappresentano davanti agli altri, finché non la vedono, sia pure per la loro cecità o incredibile buonafede; perché appena la vedono come a uno specchio che sia posto loro davanti, non la sopportano più, ne provan tutto l’orrore e la infrangono o, se non possono infrangerla, se ne senton morire”.

Con questa citazione, Monticelli ha evidenziato i passaggi salienti di quella teoria dell’identità evidentemente propiziata dal rispecchiamento.

OCCORRE UNO SPECCHIO CHE RIFLETTA LA NOSTRA IMMAGINE E CHE CI RIMANDI LA NOSTRA BURATTINESCA FISIONOMIA, PERCHÉ QUELLO CHE SIAMO NON LO SAPPIAMO NEPPURE NOI STESSI.

Inettitudine e scioperataggine.

Apparso nel 1904, “Il fu Mattia Pascal” è un romanzo sull’inettitudine, la “scioperataggine” del protagonista. Egli è imbrigliato nelle trame di una logica esistenziale basata sul debitoe sulla dipendenza. Lo stesso sguardo di Mattia Pascal, affetto da strabismo, è contraddistinto da una eccentricità inconfutabile.

La fuga di Mattia vale a recidere, temporaneamente, i vincoli sociali che imprigionano le sue libertà. Tuttavia, questa soluzione non può che aggravare lo stato di prigionia dell’io, poiché esso non ha più mezzi per relazionarsi con l’esterno.

Una sintonia perfetta con Freud, che scriverà nel ‘23:

ORIGINARIAMENTE TUTTO ERA ES. L’IO SI È SVILUPPATO DALL’ES PER INFLUSSO CONTINUATO DEL MONDO ESTERNO.

Vivere senza esistere.

La “scappatoia” fa dunque di Mattia Pascal-Adriano Meis un “forestiero della vita”.

Più che un adattamento, si ha quindi una progressiva contraffazione dell’identità. Creduto morto dai parenti, è inesistente per la burocrazia. Non c’è traccia di lui nei registri anagrafici. È impossibilitato a sposarsi. Non ha diritto di denunciare un furto. È a questo punto, allora, che si rende necessario il secondo suicidio, quindi il ritorno alla identità originaria.

Vivere onorando la propria tomba.

Ben lontano dall’essere accolto come un nuovo Ulisse, Mattia vivrà in ritiro nella sua polverosa biblioteca, portando, di tanto in tanto, una corona di fiori sulla propria tomba.

QUESTA È LA CONDANNA: IL SOGGETTO PIRANDELLIANO NON PUÒ MAI ESSERE PIENAMENTE COINCIDENTE CON SE STESSO.

 e rielaborazione.

Angelo Macchia, invece, ha messo l’accento sugli elementi autobiografici che l’autore affida necessariamente al personaggio. Il valore del rapporto autore-opera, infatti, va considerato. Esso trasforma il romanzo in un tentativo autoriale di rielaborazione delle esperienze traumatiche.

In questo senso, il romanzo diventa l’analogo di un sogno. Pertanto, proprio come una configurazione onirica, la storia può essere interpretata attraverso gli strumenti della psicoanalisi.

La tematica identitaria, corposa ed ineffabile al contempo, è stata affrontata a seguito del terzo seminario, leopardiano, fondato sulla parola melanconia.

 e la melanconia.

Il 16 novembre, infatti, Tito Baldini e Laura Di Nicola – in veste di organizzatori – hanno dato spazio agli interventi di Fabio Castriota, Psichiatra e Vicepresidente della SPI, Franco D’Intino, Professore de La Sapienza, e Alberto Folin, Professore all’Università Suor Orsola Benincasa di .

Segretezza, passione e adolescenza.

Focalizzati sulle Memorie del primo amore, gli interventi hanno sottolineato il carattere pulsionale e passionale – prettamente adolescenziale – della scrittura diaristica leopardiana.

Questo testo, privato, confessionale, del 1817 – ha detto D’Intino – è coevo a certe erudite traduzioni dal greco di Leopardi. In quegli anni, del resto, Leopardi scopre la sensualità degli Scherzi Epigrammatici di Anacreonte, la bruciante vitalità della Vita di Alfieri, i suoi amori, le sue memorie d’infanzia. Redige le prime pagine dello Zibaldone e si innamora di Gertrude Cassi.

Studio ed esperienza.

La scrittura di Leopardi, così, comincia a palpitare di vita vera e ad integrare l’esperienza dell’amore entro gli studi filologici.
Combattuto fra l’istanza analitica (che affievolisce la pulsione) e l’istanza passionaleche rinfocola il sentimento, Leopardi – ha affermato Folin – contempera ragione e verità. Un’operazione di sintesi e di contaminazione senza la quale non avrebbe mai potuto nascere un idillio come L’infinito.

In accordo con le riflessioni precedenti, anche Castriota ha enfatizzato l’elemento adolescenziale delle memorie amorose.
L’adolescenza – ha chiarito il Vicepresidente della SPI – è una fase in cui l’io cerca affannosamente nell’oggetto dell’amore un elemento di realtà a cui affidare l’intera carica pulsionale.

L’ADOLESCENTE DEVE FARE I CONTI CON LA VULNERABILITÀ, CON IL SENSO DEL LIMITE, CON LA MORSA DELLA MANCANZA E LO STATO DI BISOGNO.

In questa cornice, allora, la melanconia può giocare un ruolo duplice, sia vitale, sia mortifero. Ostinata, orrenda, nera, essa può essere perfino calda, dolce e fertile.