Parole dell’io nelle parole di un io

Recensione di Marta Mariani

Parole dell’io, il ciclo seminariale curato da Tito Baldini (SPI) e da Laura Di Nicola (Sapienza Università di Roma) - svolto a Roma da ottobre 2017 a gennaio 2018 - si è contraddistinto, nel panorama accademico, per l’approccio multidisciplinare e trasversale. La collaborazione del Dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche della Sapienza con la Società Psicoanalitica Italiana ha permesso escursioni più che mai proficue al di là degli steccati disciplinari, divenendo occasione di confronto, ascolto e scambio per più di cinquecento persone ad incontro - fra studenti, accademici, psicoanalisti, appassionati, artisti e curiosi di ogni età. C’è di più. Infatti, Parole dell’io ha avuto il merito (il che vuol dire: la capacità) di far convergere entro ogni lectio gli spunti, le molte osservazioni, i vari feedback, gli apprezzamenti che di volta in volta pervenivano via mail o tramite comunicazioni, per dirlo alla latina, a latere, alibi  e a posteriori. In tal modo, Parole dell’io ha fatto sì che emergesse - sempre più chiaramente, incontro dopo incontro - un pensiero gruppale da intendere, con Bion, come il prodotto di un insieme mentale entro cui può svilupparsi una forma di conoscenza analoga a quella, sedimentata, favolistica e rinarrata, del μύθος.

Rifletto innanzitutto sul già menzionato bisogno di interdisciplinarietà, che mi sembra farsi carico di una necessità impellente e, tuttavia, per lo più in precedenza trascurata, credo, soprattutto per la evidente difficoltà di coniugare saperi diversi, accordando, su un lessico tecnico-specialistico e su un unico denominatore, acquisizioni ed evidenze di settori complementari o adiacenti.

Lavorare insistendo su questa zona di faglia – che in quanto linea di frattura di due zolle contigue rischia in ogni momento una deriva, uno scorrimento, una traslazione (fin nel linguaggio) pericolosamente protesa verso una incomunicabilità – reinterpretandola come limite di sutura, di contatto, di scaturigine di risorse nuove, vive e ribollenti è stata, mi pare, la prima operazione rivoluzionaria di questo ciclo.

Mi ostino a parlarne di Parole dell’io in termini di “rivoluzione”, ma potrei benissimo parlarne in termini di “pensiero riformato”, prendendo in prestito certe espressioni di Edgar Morin, l’epistemologo che più di tutti applaudirebbe tale “pensiero della complessità”, capace di valicare i confini dei singoli saperi.

Se, grazie a Parole dell’io, un connubio fra letteratura (quindi filologia e critica letteraria) e psicoanalisi ha potuto darsi, è anche in ragione di alcune affinità strutturali fra le discipline.

È questa omologia che bisogna sondare, probabilmente, per trovare il bandolo della matassa.

Mi viene in mente, per analogia, quanto scrive Carlo Ginzburg nel suo Miti emblemi spie: morfologia e storia, al punto che farei mie le sue parole («stavo adoperando un metodo molto più morfologico che storico. Al di là delle identità superficiali riconoscevo - o almeno credevo di riconoscere - omologie profonde»), interrogandomi su quali affinità formali facciano da capisaldi in questo dialogo psicoanalitico e filologico-letterario.

Su un sostrato umanistico fondamentale, è chiaro, si muovono entrambe (o tutte) queste discipline, imperniate su un fulcro chiaramente antropologico. Ma non è tutto. Per il modo in cui Parole dell’io ha proceduto, mi è sembrato di poter reperire un filo rosso, un elemento di continuità, una fibra comune.

Molti sono stati gli interventi, ad esempio, che hanno voluto e saputo riabilitare e risemantizzare un’idea di “scarto” che accende qui una semiosi davvero luminescente.

Non credo sia peregrino affermare che, in questo ciclo di incontri, un nuovo sistema di nozioni e di strumenti si sia affinato per ridare dignità a certi elementi di “marginalità”, molto a torto relegati a funzioni accessorie.

Non è un caso, forse, che i seminari si siano focalizzati, verso la loro ultima conclusione e cesura, sull’importanza e sul bisogno di uno sguardo “alleggerente”, indiretto - parafrasando Calvino - che sappia approfittare di una “riflessione”, di uno “scarto angolare”, appunto, per ripararsi dalla paralisi dell’impietrimento («Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo»).

Mi sembra che la rivalutazione positiva della nozione di “scarto” (nei suoi molteplici significati e nelle sue varie accezioni) rappresenti una valida chiave ermeneutica per ripercorrere il dialogismo di ciascuno dei seminari, nonché il senso definitivo del ciclo stesso.

In ultimo, non fu proprio Freud a proporre un metodo ermeneutico fondato sugli  scarti e sui dati marginali, stavolta considerati, visti e rivalutati in quanto rivelatori?

L’etimo di “scarto” andrebbe verosimilmente ricondotto alla voce verbale latina excerpo, *excarpo (“estrarre”, “staccare”, ma anche “scegliere”, “togliere”, “separare”). In italiano, il termine ha a che fare con due campi semantici principali: quello relativo all’eliminazione di qualcosa per via di una scelta e quello che pertiene invece all’idea di deviazione, spostamento, distacco differenziale.

Il primo significato investe di luce, senso e pregnanza l’esilio dantesco, il suo itinerario infernale (da Chianese messo in parallelo con l’indagine freudiana di un inconscio “infero”), il suo pellegrinaggio catartico e terapeutico – che vuole essere un ritorno alla compostezza e alla purezza dell’amore, come ha sottolineato Inglese.

Allo stesso modo, il secondo significato – nella sua accezione più che mai positiva - richiama quella possibilità di riscatto dalla avvilente reiterazione traumatica di cui ci hanno parlato, invece, Storini e Accetti nel seminario su Boccaccio.

Numerosi altri esempi possibili mi occorrono veloci, come pesci che risalgono al pelo dell’acqua, avidi, verso la mollica che ho appena gettato: Balsamo che menziona, a proposito di Pasolini, il programmatico volume di Bauman, Vite di scarto, per una acuta comprensione di Ragazzi di vita;  Mondello che accenna a quella “mutazione antropologica” pasoliniana che ci ricorda quanto lo scarto dalla norma, sia tutto ciò che ammette una “Resistenza” al fascio littorio, al cilindro borghese e al consumismo; Folin che - con D’Intino e Castriota - si sofferma sulla “infinita” visuale del recanatese adolescente, data da quell’ostacolo (la siepe), il differenziale illusorio che intercorre tra realtà e immaginazione; Macchia e Monticelli che ci mostrano il tentativo pirandelliano (umoristico ma anche drammatico) di coprire lo scarto esistenziale fra l’io e il mondo.

Insomma, in questo ciclo di seminari sussiste una rivalutazione dell’idea di “scarto” che si fa oltretutto ricerca di una stereoscopia: l’occhio filologico-letterario e l’occhio psicoanalitico beneficiano della loro distanza, di quello scarto, appunto, di quell’angolo di parallasse che non solo ammette, ma permette la tridimensionalità stessa.

Peraltro, parlando di prospettiva, non è altrettanto chiara in questa cornice la riconsiderazione degli sguardi femminili, quelli di Alba de Céspedes e di Sibilla Aleramo? Non sono state forse chiamate in causa le loro visuali affinché noi riuscissimo a scorgere le cose del reale, finalmente, così come vengono “sognate”, “desiderate” e “sperate” Dalla parte di lei?

Qui, il concetto di “scarto" (infinitamente ricorsivo, a mo’ di frattale) accorre nuovamente in nostro aiuto, se richiamiamo alla memoria certe teorie della stilistica elaborate da Leo Spitzer che sembrano provvidenziali: sia per capire appieno il titolo del ciclo di seminari, Parole dell’io, sia per offrire a questa mia chiave ermeneutica gli ultimi movimenti, o scatti, nell’addentellato dell’ingranaggio.

«A qualsiasi emozione» scrisse Spitzer in Critica stilistica e semantica storica, «ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro stato psichico normale, corrisponde, nel campo espressivo, un allontanamento dall’uso linguistico normale; e, viceversa, un allontanamento dal linguaggio usuale è indizio di uno stato psichico inconsueto. Una particolare espressione linguistica è, insomma, il riflesso e lo specchio di una particolare condizione di spirito».

Scarto dalla normale linguistica e visione personalistica, soggettiva del mondo sembrano coincidere. Vita coscienziale e vita verbale aderiscono fra loro, tanto che la terapia psicoanalitica freudiana si fa terapia verbale, linguistica, associativa, dialogica.

È lampante, a questo punto, sia la ragion d’essere del  binomio “parola” ed “io”, sia la specificazione per cui la parola è, de facto, sempre, emanazione dell’io.

Per questo e solo per questo può esistere, dicendola con Ardolino, un lessico sveviano sul tema della Coscienza; esclusivamente per questo è legittima e vera la struggente domanda, che infatti è stata posta, su quel cruciale distico di Pavese estrapolato da Lavorare stanca («Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme.»): come si fa a dire “deciderla”?

Mi sembra, dunque, che i seminari di Parole dell’io abbiano voluto raccogliere molteplici eredità. Gli psicoanalisti hanno certo portato come fiaccola quella primissima asserzione freudiana che si legge ne Il trattamento psichico: «le parole dei nostri discorsi quotidiani non sono altro che magia sbiadita». I letterati – così mi è parso – lasciandosi guidare dall’auctor delle Lezioni americane, hanno accettato il compromesso, la realtà: non è possibile partorire un’opera fuori dal Sé. Eppure, non hanno smesso di sognare con Calvino («magari fosse possibile un'opera concepita al di fuori del self, un'opera che ci permettesse d'uscire dalla prospettiva limitata d'un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola»), perciò hanno preferito, piuttosto che valicare i confini dell’io, lasciare che ciascun io risuonasse ed estendesse il suo antropologico Sé. Cos’altro bisogna desiderare?