Paura, angoscia e esaltazione: l’haunted loop della tecnologia

Francesco Bentivegna

PhD student, University of Exeter, UK

 

Permettetemi un pensiero. Non sono uno psicologo, né uno studioso della psiche: sono un cantante, teorico della performance e attore, ma vi prego di ascoltarmi, attaccarmi, difendermi e arrabbiarvi. Seguendo il filosofo e critico Mark Fisher, possiamo asserire che siamo ormai finiti in un mondo dove il capitalismo reale, l’anarchia e il libertarianesimo hanno trionfato. Non a livello politico generale, dove le larghe intese hanno ‘congelato’ il vecchio sistema, ma a livello sociale e strutturale: il First World ha raggiunto il capitalismo reale, dove ogni cosa è  consumo, persino noi stessi. Nella vita di tutti i giorni ci rapportiamo con la più grande conquista della macchina capitalista/consumista: i social network. Vendiamo i nostri corpi come i più  beceri marchettari Pentapartitici degli anni 80, solo che a differenza degli Yuppies, possiamo farlo davvero. Grazie alle nuove tecnologie, mostriamo vite che non abbiamo, o vite che abbiamo ma ripulite, liftate, controllate, remixate: siamo belli, precisi, sempre pronti, siamo false entità  che in realtà  passano le loro giornate a costruire, appunto, qualcosa che hanno in parte. Tutto questo è accompagnato da un sentimento di angoscia, di depressione lacerante: siamo a disagio, spaventati, tormentati da due spettri: lo spettro del passato/presente e lo spettro del futuro/presente, ovvero proprio l’uomo e la tecnologia.

Lo spettro dell’uomo, o dell’umano, aleggia in ogni tecnologia possibile al momento, e questo ci fa provare un sorta di delusione depressiva (passatemi il termine): il delirio consumistico del capitalismo ci ha portato a prediligere piaceri immediati, sorprese continue e evoluzioni continue. Man mano che cresce la tecnologia il nostro desiderio aumenta con lei: vogliamo di più, sempre di più, continuamente. Questo ci porta ad essere proporzionalmente insoddisfatti, dai piccoli leciti errori di software, dalle Intelligenze Artificiali che non capiscono, dalla merce di Amazon che non è esattamente quello che volevamo, e così via. Lo spettro del passato-presente, ovvero della paura della non evoluzione o della evoluzione fallace, ci tormenta e tormenta di rimando la tecnologia stessa. Allo stesso tempo siamo spaventati, siamo completamente succubi di un sistema che, come ho già  detto, si evolve a ritmi elevatissimi, incalcolabili e soprattutto non controllabili. Ci chiediamo continuamente se abbia senso l’evoluzione delle macchine, mentre l’evoluzione stessa avviene senza controllo, o quasi. Queste direzioni, che ricordano le direzioni (h)-ontologiche di Fisher, sono il paradosso contemporaneo, e fanno da corona a un sistema sociale dove persino parlare di generazione non ha quasi più senso: ogni anno la tecnologia evolve, lasciando indietro chi non riesce a stare al passo. Questo confusionario mondo accelerazionista e accelerato, contorniato di paura e angoscia miste a esaltazione e delusione, sfocia, almeno secondo me, in una stratificazione della mente, o dei compartimenti mentali, che può portare all’alienazione. Ognuno di noi ha milioni di identità , milioni di realtà  in cui vive e può  vivere: se questo era un tempo teoria per Goffmann, adesso è realta, Come in Mr Robot, la tecnologia è una droga, una sorta di vita liofilizzata che però  ci fa scegliere la nostra realtà  estremizzata. Troppe possibilità  portano al caos, troppe variabili portano a nessuna soluzione. Spesso la realtà  supera l’immaginazione, mentre adesso la realtà  stessa è immaginazione, combaciano. Il futuro che stavamo plasmando ha preso una via differente, una via che non comprendiamo e che ci spaventa, ma che allo stesso tempo ci rende impazienti. Non conosciamo le tecnologie, ma abbiamo l’impressione di conoscerle. Viviamo in un tempo paradossale, dove abbiamo l’illusione che ci sia tutto permesso, che tutto sia facile, ma in realtà così  non è, e ne siamo persino consapevoli.

La interpretazione a molti mondi di Hugh Everett e Deutsch, come la teatralità  di Goffmann, hanno trovato sbocco nella nuova realtà  che le tecnologie accelerate stanno plasmando. La mia generazione si sta perdendo in questi compartimenti mentali, fintamente reali, nell’universale stratificazione di internet, nelle infinite rappresentazioni che abbiamo di noi stessi. E il problema principale è che ce ne rendiamo conto, ma non possiamo farci niente. Siamo ‘torturati’ da un’alienazione cosciente, che forse è il problema con cui vi incontrerete in futuro, non lo so. Come combattere questa alienazione? Come fare a non decidere come Fisher di lasciarsi andare e cadere nella depressione buia e nel suicidio? Come uscire dall'impasse dell’haunted loop? Ancora, ripeto, non lo so. Ciò detto, con il mio progetto di dottorato mi occupo di queste tematiche nello specifico del campo performativo, in cui rientra anche lo stesso collettivo Mr Everett. L’arte è pioniera nelle grandi questioni umane, e talvolta rappresenta teoria critica in se. Potrebbe l’arte, o meglio, la creatività  stessa essere una risposta? Sulla falsa riga di Rick & Morty, Bjork, Mr Robot e molti altri, con Mr Everett, in campo musicale e commerciale, e con il mio progetto di dottorato in campo accademico/sperimentale, il mio contributo al problema si basa sull'attuazione pratica delle teorie postumane di razionalità ed inclusività e mi piacerebbe parlarne insieme a voi. Invece di dipendere da o ‘sfruttare’ le tecnologie, perché  non provare ad integrarle nel processo creativo, e quindi nella vita in atto?

 

Grazie mille

 

Francesco Bentivegna