Anteprima Editoriale Psiche 2/2017 in Uscita a Dicembre: L’obbligo di pensare

di Maurizio Balsamo

Antonin Artaud (1896-1948), commediografo, attore, scrittore, regista teatrale, psicotico, invia nel 1923 a Jacques Rivière, direttore della «Nouvelle revue française» (NRF), dei poemi, sperando nella loro pubblicazione. «Egregio signore – gli risponde Rivière – mi rincresce di non poter pubblicare le sue poesie sulla “Nouvelle revue française”. Mi hanno però interessato abbastanza per desiderare di conoscere il loro autore» (1o maggio 1923; cfr. Artaud, 1966). E Artaud:

Riconosco che una rivista come la «NRF» debba esigere un certo livello formale e una grande purezza di materia, ma, ammesso questo, la sostanza del mio pensiero è dunque così confusa e la sua bellezza generale resa così poco attiva dalle impurità e dalle indecisioni che la cospargono, da non riuscire ad esistere letterariamente? 

Soffro di una spaventevole malattia dello spirito. Il mio pensiero mi abbandona a tutti i gradi. Dal fatto semplice del pensiero fino al fatto estremo della sua materializzazione nelle parole. Parole, forme di frasi, direzioni interne del pensiero,reazioni semplici dello spirito, io sono alla ricerca costante del mio essere intellettuale.

E dunque quando posso cogliere una forma, per quanto imperfetta, la fisso, nel timore di perdere tutto il pensiero. Sono al di sotto di me, lo so, ne soffro, ma vi acconsento per paura di morire completamente (5 giugno 1923).

Questo sparpagliamento delle mie poesie, questi vizi di forma, questo cedimento costante del mio pensiero, sono da attribuire non a una mancanza d’esercizio, di possesso dello strumento che maneggiavo, di sviluppo intellettuale, ma a uno sprofondarsi centrale dell’anima, a una specie di erosione, essenziale e insieme fugace, del pensiero, al non possesso passeggero dei benefici materiali del mio sviluppo, alla separazione anormale degli elementi del pensiero (l’impulso a pensare, a ciascuna delle stratificazioni terminali del pensiero, passando attraverso tutte le biforcazioni del pensiero e della forma). Dunque, c’è un qualcosa che distrugge il mio pensiero; un qualcosa che non mi impedisce di essere ciò che potrei essere, ma che mi lascia, se posso dire, in sospeso. Un qualcosa di furtivo che mi toglie le parole che ho trovato, che fa diminuire la mia tensione mentale, che distrugge man mano nella sua sostanza la massa del mio pensiero, che mi toglie perfino il ricordo dei giri di frase con

cui ci si esprime e che traducono con esattezza le modulazioni più inseparabili, più localizzate, più esistenti del pensiero… Restituisca al mio spirito il concentramento delle sue forze, la coesione che gli manca, la costanza della sua tensione, la consistenza della sua propria sostanza.

Post-scriptum. Sono un uomo che ha molto sofferto nello spirito, e per questo ho il diritto di parlare (29 gennaio 1924). Tengo principalmente a questo: che non s’introduca un equivoco sulla natura dei fenomeni invocati a mia difesa. Bisogna che il lettore creda a una vera malattia e non a un fenomeno dell’epoca, a una malattia che tocca l’essenza dell’essere e le sua possibilità centrali d’espressione e che si applica a tutta una vita… Una malattia da cui l’anima è affetta nella sua profonda realtà e che ne infetta le manifestazioni. Il veleno dell’essere. Una vera paralisi. Una malattia che toglie la parola, il ricordo, che estirpa il pensiero (25 maggio 1924).

In questi frammenti di una lotta per la sopravvivenza fra colui che non ritiene idonee per la pubblicazione le poesie di Artaud, e lo stesso che combatte per esse, che dichiara, certo, di soffrire nel pensiero, ma che ciò nonostante tenta in tutti i modi di trovare un interlocutore, di convincerlo che ha il diritto di parlare, di scrivere, che domanda a Rivière se non ritiene che la forma non pregiudichi il contenuto («Lei pensa che si possa riconoscere meno autenticità letteraria e potere d’azione a una poesia difettosa, ma cosparsa di forti bellezze, che a una poesia perfetta, ma senza grande risonanza interiore?»), non scorgiamo forse un aspetto centrale per la questione che stiamo esaminando? La disperazione, l’angoscia, è di ricadere nel nulla del senza opera, del senza pensiero, della perdita dell’Io. Se la follia, come scriveva Foucault, è l’assenza d’opera, allora l’opera, la ricerca della stessa, costi quel che costi, in un tentativo incessante di osteggiare la follia e di dirla, è ciò che permette ad un soggetto di fare fronte al rischio e all’attrazione della propria scomparsa, di resistere alle sirene della diluizione soggettiva.

«Non si scrive con le proprie nevrosi – nota Deleuze in Critica e Clinica – La nevrosi, la psicosi non sono passaggi di vita, ma stati in cui si cade quando il processo è interrotto, impedito, chiuso. La malattia non è processo, ma arresto del processo, come nel caso Nietzsche. Così lo scrittore in quanto tale non è malato, ma piuttosto medico, medico di se stesso e del mondo. La letteratura appare allora come un’impresa di salute. La salute come letteratura, come scrittura, consiste nell’inventare un popolo che manca» (Deleuze, 1997,16).

Artaud sottolinea continuamente che il problema risiede nella mancanza soggettiva, nella perdita, e lega questa stessa alla perdita di rappresentazione che la mancata pubblicazione determina. Descrive con esattezza il posto della verità nella follia («la Verità o la Morte»), ma allo stesso tempo ne riconosce il suo carattere di forza mortifera che si oppone alla poesia: per questo combatte perché l’opera possa essere, esprimersi, esistere, circolare, rappresentando in tal modo la prova certa dell’esistenza del soggetto e dell’efficacia di un lavoro psichico che resiste alla follia, pur, di fatto, nutrendosi di essa. […] (Continua Psiche 2/2017 in uscita a Dicembre su www.mulino.it)