Dialogando sul convegno: In-Fertilità un approccio multidisciplinare

Intervista a cura di Daniela De Berardinis

Nessuno viene più la notte a sognare su questi embrioni talmente simili alle centinaia di altri già osservati in provette identiche. Il trasferimento in utero ha smesso di essere una cerimonia magica per diventare un atto tecnico e le mamme lasciano l’ospedale senza far vedere il loro bambino a quelli che l’hanno concepito nove mesi prima. (Testard J., L’oeuf transparent)

Il 5 e 6 Maggio 2017 si è tenuto a Roma, presso l’Aula Magna della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “Sapienza”,  un’interessante Congresso dal titolo: “In-fertilità: un approccio  multidisciplinare”, organizzato dal Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica, dove sono state affrontate le tematiche sulla diagnosi di infertilità e di sterilità e sui risvolti psicologici ed emotivi del divenire ed essere genitori nel terzo millennio.

Il congresso ha aperto una finestra su una fase della vita, quella nascente, che si rileva estremamente complessa: la procreazione e la nascita hanno una coloritura fortemente simbolica tanto da avere messo in crisi il linguaggio in uso per esprimere il venire alla luce e le categorie grazie alle quali l’uomo può dare senso agli eventi per orientarsi nel mondo. Alla presenza di medici, biologi, giuristi, bioeticisti, psicologi, e ostetrici sono state affrontate le numerose questioni che sollevano le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): dal desiderio di maternità e paternità al ruolo degli aspetti psicologici nell'eziologia, dalle conseguenze psicologiche dovute alla diagnosi a quelle dovute alla fecondazione assistita e al suo risultato. Parole come infertilità, genitorialità, speranza, scienza, nascita: sono stati i temi che hanno accompagnato le relazioni, quasi un filo conduttore del congresso, che ha messo in evidenza, in modo semplice e diretto, ciò che accade quando una coppia decide di superare le proprie difficoltà riproduttive attraverso la PMA. Cosa significa avere un figlio alla luce delle nuove tecnologie? Quali procedure si trova ad affrontare la coppia? Come si spiegano quelle situazioni in cui il processo naturale della riproduzione è ostacolato da una molteplicità di fattori e accompagnato da risvolti psicologici ed emotivi? Cosa significa essere genitori oggi e cosa possiamo immaginare succederà nel futuro più remoto? Sui temi del Congresso abbiamo intervistato la professoressa Michela Di Trani, Ricercatore presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica dell’Università Sapienza di Roma, che è tra gli ideatori e promotori dell’evento.

Oggi, alla luce di tutto ciò che sappiamo e soprattutto possiamo nei confronti del concepimento dobbiamo chiederci cosa si intende per vita prenatale. Con l’intreccio tra sapere genetico e tecnologie della riproduzione sta cambiando, forse, il racconto del venire al mondo dell’essere umano.

Il tempo prenatale è stato per lungo tempo la fase di vita che precede la venuta al mondo e dare alla luce era una espressione culturale del nascere umano che, attraverso il gioco delle metafore, ne sottolineava la specificità rispetto agli altri viventi: gli animali si riproducono, l’uomo procrea. Da qualche decennio non è più così: attraverso la scienza medica, la vita prenatale si offre agli occhi della madre, della coppia e della società, è diventato possibile conoscere l’embrione, il feto in tempo reale e con oggettiva scientificità. Il tempo prenatale sembra colorarsi oggi di ambiguità. Prima ancora delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) le mamme degli ultimi decenni hanno potuto osservare il profilo del loro bambino e vederlo muovere, succhiare il dito, sussultare per un singhiozzo da prima che lui nascesse. Credo che, indipendentemente dalle complesse questioni che la PMA ci impone, dovremmo ripensare alle categorie con cui abbiamo osservato e pensato la vita prenatale e l’esperienza relazionale delle madri con il loro bambino prima della nascita. Dovremmo ripensare ai temi della fantasia, della paura rispetto alla salute, dell’incognita rispetto al genere, della sorpresa rispetto al momento della nascita. Ovviamente dobbiamo riconoscere i progressi che la medicina ha effettuato in questo campo e non demonizzarli, ma è nostro compito, come professionisti in questo campo, interrogarci sulle nuove sfumature con cui queste esperienze si stanno colorando.

Un altro aspetto riguarda l’introduzione delle tecniche di PMA e di come stanno rivoluzionando l’esperienza prenatale, dal concepimento in laboratorio, alla nascita programmata e controllata. Certamente non possiamo arrestare il progresso, che permette oggi di esaudire il desiderio di un figlio a tante coppie che fino a pochi anni fa non avrebbero potuto averlo, però dobbiamo esserci, come psicologi, all’interno di questo processo.

Professoressa Di Trani vuole raccontarci come è nata l’idea di questo congresso?

 L’idea del convegno nasce proprio dell’esigenza di pensare al contributo che la nostra professione dal un lato, e il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica dell’Università Sapienza, in quanto luogo di formazione e ricerca dall’altro, possano fare in questo campo. Molti colleghi psicologi, psicoterapeuti, psicoanalisti si occupano nella loro pratica clinica di infertilità, sterilità, procreazione assistita, utilizzando le categorie e i modelli di sostegno che hanno a disposizione, ma credo che il mondo attuale ci chieda di più, una presenza diversa, istituzionalmente riconosciuta e con caratteristiche specifiche rispetto al contesto di cui ci stiamo occupando. Le linee guida in materia di PMA, sia del 2008 che del 2015, e la recente (del 2017) ridefinizione del consenso informato alle coppie che decidono di intraprendere un percorso di PMA, aprono uno spazio alla psicologia, evidenziando l’importanza della consulenza e del sostegno psicologico alle coppie in tutte le fasi del percorso, da quella decisionale e, eventualmente, anche dopo che il processo di trattamento sia stato completato, a prescindere dall’esito delle tecniche applicate.

Sono atti fondamentali, passaggi formali in cui viene fortemente riconosciuto il bisogno della coppia di avere uno spazio di riflessione in un momento critico della loro vita. E’ uno dei pochi contesti in cui non è necessario esprimere un sintomo psicopatologico per ottenere attenzione psicologica, la consulenza e il sostegno sono per tutti, inserite nella pratica clinica come nella cartella clinica di ogni paziente. Mi sembra che la politica, in questo senso, si sia mossa fortemente a tutela della persona e della coppia, e anche della professione medica. Non si è mossa ugualmente a tutela della professione psicologica, poiché le stesse linee guida dichiarano che la consulenza ed il sostegno alla coppia possono essere svolto dai medici della struttura, non necessariamente dagli psicologi.

Come può la psicoanalisi, a suo avviso, occuparsi di questi temi?

In più modi, certamente attraverso una riflessione su questi temi, come abbiamo cercato di promuovere attraverso il convegno e come stiamo facendo io e lei ora, mettendo a disposizione le sue categorie di lettura dell’esperienza e delle relazioni, per capire dove la nostra cultura sta andando e come questo potrà influenzare il futuro delle generazioni a venire. I temi sono tanti e controversi, tra qualche anno saremo in grado di concepire e portare alla fine della gestazione un feto senza mai introdurlo in un altro essere vivente, sembra fantascienza ma ci siamo molto vicini, le questioni di ordine etico, morale, giuridico devono coinvolgere tutti noi e la psicoanalisi più dare un suo contributo e prendere delle posizioni. Poi c’è il versante dell’intervento, che mi sta molto a cuore, dobbiamo ribadire la specificità della nostra formazione rispetto alla medicina, a partire da dentro, prima ancora che da fuori. Mi spiego meglio, le linee guida a cui accennavo prima prevedono l’intervento specialistico, di tipo psicologico e psicoterapeutico solo nei casi in cui la coppia ne abbia bisogno e lo richieda, nel caso in cui, potremmo dire, la collusione relativa alla relazione medico-paziente in qualche modo fallisce, favorendo la delega del problema emerso ad un altro professionista. Ne deriva una rappresentazione della psicologia che si sovrappone fortemente alla psicoterapia, che necessita dello sviluppo di una domanda di aiuto e che si definisce come intervento specialistico e fortemente orientato alla psicopatologia e alla cura, come le stesse linee guida definiscono questo tipo di intervento. Questa rappresentazione della psicologia ancora è fortemente radicata nella nostra cultura e anche all’interno della cultura psicologica stessa. Come ci vedono gli altri dipende anche da noi, da come noi ci rappresentiamo e interveniamo nei contesti. E’ per questo che abbiamo fortemente voluto che la Facoltà di Medica e Psicologia dell’Università Sapienza fosse la sede del convegno, anche per promuovere una riflessione sulla formazione psicologica e su come dovrebbe tenere il tempo rispetto ad un mondo in velocissima evoluzione.

Quali modelli teorici e metodologici possono orientarci nel proporre interventi in grado di sostenere e accompagnare non solo la donna ma anche le coppie, e condividere con gli operatori (genetisti, ginecologi, ostetrici) l’impatto emotivo di questo lavoro?

 La mia formazione e il mio percorso, individuale e professionale, mi hanno condotto alla Psicologia della Salute e attualmente mi occupo di formazione universitaria in questo ambito. Il modello proposto dalla psicologia della salute, capace di leggere ed agire a più livelli, dal contesto, al gruppo, alla persona, credo sia il modello più flessibile ed adatto al contesto sanitario. Porta con sé un’epistemologia della costruzione della salute, centrato sul potenziamento del benessere, attento alle relazioni, all’ambiente, in grado di “essere psicologia”, anche oltre il confine della terapia. Se la psicologia, infatti, si concedesse di agire al di fuori del disagio mentale, oltre il sintomo, potrebbe allora occuparsi di tutte le persone in difficoltà, senza attivare lo stigma sociale che purtroppo ancora andare da uno psicologo comporta. Ritornando alla sterilità e ai percorsi di PMA, tanti interventi potrebbero essere pensati, con lo scopo di favorire l’elaborazione emotiva dell’esperienza di lutto della propria capacità riproduttiva, di accettazione consapevole di uno stato che può poi condurre ad una decisione autentica e soggettiva rispetto alla propria vita.

Infine uno sguardo ad immaginare il futuro: Venire alla luce “in vitro” pone la questione di quando si nasce davvero biologicamente, psicologicamente e da un punto di vista relazionale. Secondo lei si potrebbe dire che la fecondazione in vitro sia una nascita anticipata nel tempo dal momento che i nuovi strumenti tecnici ci permettono di vedere e toccare il nuovo essere, di prendercene cura molto prima del momento del parto? C’è una relazione di dipendenza tra operatore e embrione in vitro? E’ un vero concepimento, una nascita anticipata nel tempo, un venire alla luce grazie alle nuove tecnologie? Forse manca ancora una parola condivisa per narrare la forma tecnologica del venire al mondo. Allora che nome dare alla relazione tra l’embrione e l’operatore che lo chiama alla vita, tra lui e i genitori che sono ricorsi alla tecnologia per farlo nascere in un vetrino?

Io credo che la PMA impone un modo diverso di prendersi cura del feto, ma che questo avveniva già prima, non penso che la nascita, per lo meno quella relazionale tra madre e bambino, avvenga nel momento in cui questo viene alla luce, ma molto prima, forse dalla prima fantasia che quella madre fa su suo figlio, molto prima di concepirlo. Io credo che i processi siano sempre gli stessi, si adattano al mondo che cambia. Rispetto alla relazione con l’operatore, che spesso oscilla tra l’essere percepito come il salvatore o come il persecutore, credo possa rientrare nella classica relazione tra medico e paziente, da un lato perché la medicina non ha categorie diverse per prendersi cura della nascita, piuttosto che della morte, dall’altro perché le persone sentono di avere un problema medico, come potrebbero averne altri. La dimensione psicologica, appunto, non è realmente accolta, perché ancora il sistema sanitario non riesce a pensarla. E’ compito prima di tutto di noi psicologi creare uno spazio, definirci e poi proporci in questi contesti.

La ringrazio Professoressa Di Trani per la sua disponibilità e soprattutto per lo stimolo che ci ha dato: occuparci dei tempi moderni non solo attraverso il modello della cura del disagio ma come comprensione dei fenomeni della realtà contemporanea.