2014-01-10 – Segnalazioni Editoriali

Adolescenza e violenza a cura di Anna Maria Nicolò
Contributi di
Nicolò, Balier, Bonaminio, Campbell, Carau, Carnevali, Gibeault, Jeammet, Ladame, Rosso, Ruggiero, Tisseron, Verde
Il Pensiero Scientifico, 2009

Perché recensire un libro di non recente coniatura, pur se non datato?
Perché il tema è quanto mai attuale, mentre le relative pubblicazioni, sullo specifico dell’adolescenza, scarseggiano. E affinché questa ‘riapertura’ di un testo possa contribuire a rivivificare la trattazione di un argomento assai importante, aprendola e rilanciandola, come vedremo, a questioni di forte attualità.
Il volume, quarto della “Biblioteca di Richard e Piggle, apre trasversalmente sulla questione riproponendo, sotto focusdiversi, testi significativi già pubblicati e contributi inediti, tra i quali quelli di Firme ‘alte’ del panorama psicoanalitico nazionale e internazionale, per primi l’Autrice Nicolò e Bonaminio che introduce l’opera.
Attraversando gli scritti e quindi l’opera nel suo insieme ci si rende conto che la psicoanalisi in generale, e quella dell’adolescenza con ancor maggiore incisività, sia oggi in grado di comprendere a fondo i meccanismi della violenza ma non parimenti in condizione di curarli. Tuttavia, con gli Autori del testo penso altresì che parallelamente non esista altra disciplina oltre la psicoanalisi in grado di farsi carico del fenomeno oggetto dell’opera. In tal senso dovremmo noi psicoanalisti sentire di avere una responsabilità sociale.
Nel testo si approfondisce il legame tra il concetto di violenza e la dimensione della corporeità vissuta in primo piano e attaccata sugli altri o su di sé, e questo mi pare molto centrato: come se una rudimentalità dell’apparato psichico a probabile origine traumatica impedisse di simboleggiare oltre il corporeo ferito o da ferire, sofferente o da far soffrire, spesso senza altro scopo che una ridondanza che chiude la pulsione di vita direttamente su quella di morte, così realizzando un “cortocircuito” (Monniello 2004) altrimenti inspiegabile. Alle volte, si riflette col testo, anche la rassicurante versione winnicottiana dell’agito antisociale come speranza cade di fronte a un nihilismo, una “banalità del male” connessi alle atrocità della violenza sulle quali la Società civile e la filosofia continuano a domandarsi e la psicoanalisi a rispondere a mio avviso ancora troppo poco.
Gli Autori portano a considerare anche sull’arbitrarietà e soggettività concettuale del “vissuto” di violenza - quel che è violenza per una persona ‘sensibile’ potrebbe non esserlo per un’altra – e sul rapporto tra il concetto in visione e quello relativo all’aggressività ‘fisiologica’ connessa al piacere.
La questione grave su cui il volume ci spinge a riflettere fin dalla profonda, colta e spaziante prefazione di Bonaminio va oltre la pur interessante ma anche affrontata digressione sulle radici della violenza nella natura umana. Mi riferisco a quello che oggi a mio avviso dovrebbe interessare maggiormente il clinico psicoanalista di adolescenti ma anche, a fianco della famiglia, il politico, l’insegnante, il giurista, il Servizio sociale, il Tribunale per i minorenni e così via. Troppo spesso infatti quel che interessa la maggioranza sociale, psicoanalisti compresi, del rapporto tra “adolescenza e violenza”, è la violenza che l’adolescente produce, adolescenza e giovane adultità considerate quindi una età in cui il corpo che cresce facilita l’uso nel soggetto fragile del corpo stesso o per simboleggiare disagio, quando ce la fa, o per distruggere e distruggersi, quando sta ancora più male.
Ma la sfida a mio avviso è nel lavorare nella teoria e nella clinica psicoanalitiche sulle nuove forme di violenza non prodotte bensì subite dagli adolescenti che oggi attraversano le culture e le latitudini di un panorama planetario non più distinguibile in “Realtà occidentale”, “Paesi emergenti”, “Terzo mondo” e così via. Violenze subite nei viaggi dall’Afganistan all’Italia via Iran-Turchia-Grecia, con forme di dolore psichico molto oltre il pensabile; latitudini attraversate digitando su internet eppure rimanendo nella propria vita cittadina subendo la violenza di non poter che divenire cubista a dodici anni, e prostituirsi con piacere e “dover di carriera”, come leggi nei loro blog liberamente fruibili.
La sfida circa il pianeta adolescente consiste a mio avviso nel riflettere nella teoria e nella clinica psicoanalitiche, e nella “tecnica” che tanto deve a  Nicolò come Autore, sulle attuali trasformazioni indotte nella “mente adolescente”, nel senso del suo sempre maggiore distanziamento dal vissuto del dolore: ambito oramai inavvicinabile, concetto impronunciabile nell’educativo come nella cura, ‘forse’, finanche, psicoanalitica. Il rapporto tra l’impossibilità dell’accesso all’esperienza e alla pensabilità del dolore nell’adolescenza di oggi come modifica i “fondamentali” dell’adolescenza stessa (contrasto generazionale, soggettivazione ecc)? Quale legame lega detta impossibilità di accesso al dolore e le nuove forme di violenza sull’adolescente di oggi connesse - oltreché alla brutalità delle attuali “migrazioni” e relative loro “accoglienze” - alla creazione di una sua mente consumante e non rappresentante, sostituente l’assenza con nuovi oggetti di piacere invece che col desiderio mentale e le sue rappresentazioni, inibente la pulsione a vantaggio della sublimazione dell’oggetto di consumo “cercato-trovato” parafrasando Winnicott in senso involutivo?
Vado quindi pensando a un nuovo concetto di violenza sociale che, priva di irruenza, lentamente raggiunge e corrode la struttura stessa della psiche adolescente, i suoi “garanti psicosociali” (cito Bonaminio che nel libro, p. XIV, riporta tale fondamentale concetto di Kaes, 1983). Essa opera con l’indichiarato sostegno di una Società di adulti che internazionalmente costruisce se stessa sul miraggio del raggiungimento concreto dell’oggetto del piacere invece che sulla rinuncia ad esso, e che violenta l’adolescente col sorriso di chi propone obiettivi evolutivi facili, seduttivi e fuorvianti. In tale clima anche l’adolescente migrante viene irretito fin dalla sua Patria ma poi nessuno si occuperà di lavorare sul suo trauma-dolore impensabile perché appunto il dolore in quanto parte dell’esperienza umana è stato derubricato e alla meglio che andrà gli si troverà un lavoro e una possibilità sociale (non in Italia), mentre nessuno diffonde gli accreditati studi psico-sociali nordamericani che hanno connesso la violenza degli anni trenta del secolo scorso nella loro Patria al non aver lavorato come Stato accogliente sul trauma dei migranti europei ai quali pur si dava patria e lavoro.
Che futuro prepariamo oggi a coloro i quali saranno i “nuovi adolescenti” dei primi anni trenta del secolo attuale?
Pensavo, in conclusione, di riprendere e riproporre questo bel libro perché ci lascia sulla soglia di tali possibilità d’indagine e per significare l’importanza di andare avanti nella ricerca.
Bibliografia
Kaes R. (1983). L’apparato pluripsichico. Roma: Armando, 1983.
Monniello G. (2004). Il trattamento dell’adolescente violento. Adolescenza e Psicoanalisi, 1.

Cinema, adolescenza e psicoanalisi
Comprendere gli adolescenti per aiutarli a comprendersi

A cura di
Paola Carbone Maurizio Cottone Massimo Eusebio
Contributi di

Baldini, Casini, Castriota, Fabbrici, Ferrari, Fugazza, Roberto Goisis, Lanzi, G. Petraglia, S. Petraglia, Pietropolli Charmet, Viganò

FrancoAngeli, 2013

Questo libro è stato concepito da un gruppo di amici psicoanalisti e psicoterapeuti dell’adolescenza accomunati dalla passione per il cinema, da una sensibilità per l’aiuto a chi aiuta adolescenti in difficoltà - Scuole, Istituzioni del privato sociale e del pubblico, Centri di aggregazione giovanile, comunità e così via – e da una lunga esperienza di cineforum su tematiche di adolescenza.
In contesti diversi, Autori e Contributors hanno realizzato eventi seriati di cineforum indirizzati a chi a diverso titolo si occupa di adolescenti e/o agli stessi adolescenti. Hanno poi creato un ‘tavolo’ dove discutere insieme le varie esperienze e riunirle sotto vertici utili a contribuire alla realizzazione di una teoria sull’uso del cinema e del cineforum per sviluppare pensiero nell’ambito concettuale dell’adolescenza.
Avendo fatto parte di tale esperienza e non volendo sponsorizzare un libro, suggerirei ai Colleghi interessati di cimentarsi in analoghe iniziative perché si può sperimentare che insegnanti, allievi, giovani psicologi in formazione accademica, genitori, adolescenti, membri delle Istituzioni del settore ma anche cittadini non direttamente vincolati ai nostri percorsi – spesso questi ultimi hanno costituito il “gruppo stabile” di fruitori – cercano aiuto e si legano alla tua iniziativa sostenendola e facendosi da essa supportare. E’ stato anche utile rendersi conto che essa sia stata più investita da detti fruitori che dai Colleghi specialisti, come a confermare la presenza di uno iato, da colmare, tra psicoanalisti (ma non psicoanalisi) e una società in crisi che produce adolescenze sempre più problematiche. O potremmo anche dire tra psicoanalisti ‘in crisi’ (di pazienti) e una società in crisi di psicoanalisti che intercettino,  col proprio eccezionale strumento di orientamento e di cura, le attuali gravi problematiche gravanti sui figli più deboli.

Psicoanalisi, identità e internet. Esplorazioni nel cyberspace
A cura di
Andrea Marzi
Contributi di
Antinucci, Civitarese, Egidi Morpurgo, Ferro, Johns, Longo, Rosenfeld, Sforza, Sorrenti
FrancoAngeli, 2013

Il 12 Settembre 2013 sul Corriere di Como esce un articolo dall’allarmante titolo “Intossicati da Internet”. Dice che: “Internet può essere la nuova eroina. Le droghe chimiche che un tempo agivano intossicandoci dall’esterno verranno sostituite da altre, infisse direttamente sul cervello”. Chi scrive è Michele Sforza, psicoanalista e psichiatra, Direttore di un Servizio pubblico di “Alcologia e Dipendenze da Comportamento”. Egli e altri Autori - psicoanalisti di fama nazionale e internazionale, consumati nell’approfondimento della teoria e della tecnica ma anche molto, molto vicini alla realtà sociale - sapientemente coordinati da Andrea Manzi - psicoanalista ordinario SPI-IPA, editorialmente molto attivo nell’intrecciare psicoanalisi e contesti istituzionali - realizzano un testo del quale si sentiva il bisogno. Pratico e allo stesso tempo profondo, conficcato tanto nella metapsicologia (e come potrebbe non esserlo data la sequenza degli Autori?) quanto nella attualità, realizza un primo esaustivo panorama sulla questione senza mai scadere in faziosità fideistiche (a tipo “pro” o “contro”) epistemologicamente ingenue, come purtroppo la paura del nuovo e del diverso induce a fare anche nel nostro campo.
Vi lascio una traccia più tecnica tratta dal volume.
In Internet "navighiamo" ogni giorno: bambini, adolescenti o seniores che siamo, entriamo in relazione con gli altri con isocial-networks, i blog, con la posta elettronica, con Skype. Su Internet cerchiamo informazioni, facciamo acquisti, giochiamo. Ma in che spazio navighiamo? Di che spazio si tratta? È’ virtuale o reale? Le sue vie possono essere mappate?
E la realtà virtuale in cui ci immergiamo più o meno completamente, in una simulazione di guida, in un videogioco, vedendo un film in 3D, come si pone rispetto alla realtà psichica di cui si occupa la psicoanalisi? Dove vanno a finire la corporeità, il tempo e lo spazio che siamo abituati a considerare come i pilastri dell'esperienza soggettiva? Dove va a finire la relazione "reale" tra le persone?
I contributi ospitati nel testo individuano nelle principali teorie psicoanalitiche di oggi gli strumenti adeguati per cogliere le nuove soggettività che si affacciano al mondo attuale, al tempo del cyberspace e di Internet. Non è solo la psicoanalisi che "legge" la sfaccettata natura della realtà virtuale, è anche il cyberspace che stimola, in modo reciproco, riflessioni sulla psicoanalisi e gli "spazi virtuali" della mente. Il volume esplora quindi le conseguenze della realtà virtuale nel campo analitico e le peculiari caratteristiche dell'incontro con la mente degli internet-addicted mostrando nel dettaglio i percorsi della cura, analitica o psicoterapica, dell'analista con il "navigatore" smarrito nella realtà virtuale. Se consideriamo il ventaglio dei punti di vista, ad un estremo il cyberspace appare come uno specchio che imprigiona persone vulnerabili, le irretisce in una pseudo-realtà, all'altro estremo è una dimensione che libera la fantasia creativa. In ogni caso, si tratta di una dimensione che ci cimenta ogni giorno, espandendosi, attraendoci, sfuggendoci.

Adolescenti e adottati. Maneggiare con cura
Anna Genni Miliotti

FrancoAngeli, 2013

Non è un testo psicoanalitico né di una psicoanalista e tuttavia ci può far molto riflettere. Riflettere sulla drammaticità del quasi totale fallimento della pratica dell’adozione in adolescenza quando avviata in adolescenza e sul rischio alto di fallimento quando un bambino adottato diviene adolescente. E riflettere sul  ritardo con cui la psicoanalisi dell’adolescenza si occupa della materia nel doppio binario dell’impostazione di una teoria forte sullo specifico a partire da quella psicoanalitica, e nell’opera di suo sdoganamento presso le Istituzioni (Servizio sociale, Tribunale per i minorenni, Dipartimenti incaricati degli Enti locali e così via) atta a realizzare e ufficializzare l’uso di una metodologia psicoanalitica dell’adozione in adolescenza. Ce n’è veramente bisogno!
L’Autrice, Anna Genni Miliotti, è docente in Corsi universitari di Perfezionamento sull'adozione, si occupa di formazione dei genitori adottivi e degli operatori collaborando con Centri di adozione, ASL e Regioni. Ha cooperato con l'Istituto degli Innocenti e con il CNDAIA, contribuendo alla prima edizione della “Guida nazionale per una famiglia adottiva”, distribuita dal Ministero degli Affari Sociali e dalla CAI. Ha al proprio attivo la pubblicazione di molti saggi raccolti in volumi. Si tratta quindi di un’Autrice di esperienza e spessore che gli psicoanalisti dovrebbero intercettare per iniziare a collaborare, cercando, prima di tutto, di ascoltare e comprendere, come è nelle nostre ‘corde’, e poi, con pazienza, di lavorare per farsi comprendere.
In una laboriosa ricerca pubblicata qualche anno fa su AeP. Adolescenza e Psicoanalisi - una catamnesi trentennale su novemila unità analizzate – è stato mostrato che lavorando nel modo sopra brevemente indicato – e cioè realizzando e applicando modalità ad orientamento psicoanalitico nei contesti, tra l’altro, dell’adozione - si può ottenere, nello specifico in visione, un coefficiente di efficacia intorno all’ottantesmio percentile, mentre, con interventi “campione”, i risultati statistici, drammaticamente, si invertono.