2015-01-12 – Segnalazioni Editoriali

 

Fare gruppo nelle istituzioni.
Lavoro e psicoterapia di gruppo nelle istituzioni psichiatriche.
A cura di Claudio Neri, Roberta Patalano e Pietro Salemme.
FrancoAngeli, 2014.

Prodotto nella fucina di Claudio Neri, il testo in visione una volta letto lascia la sensazione di consistere in una esperienza di legame tra umani. Quasi che sotto il significato consapevole del volume comunque “utile e alla mano” (p. 32) scorresse un flusso, o un implicito messaggio, una fatica, un lavoro enorme, per stare insieme, cercare compatibilità, esaltare le differenziazioni, arricchirsene, tollerare le frustrazioni delle differenze, pazienza, mediazione, sapienza e ingenuità, veterani e giovani, in un rimescolamento continuo. Speranza ed elasticità della gioventù e visione piena e posizione della maturità che s’incontrano e si fondono.

Nel ‘laboratorio di umanità’ di Claudio Neri sono entrati 45 Autori di tutte le età e di tutti i gradini della scala professionale, eppure il testo risulta di tale armonia e scorrevolezza da far comprendere l’opera monumentale di Roberta Patalano e Pietro Salemme di “fare interagire persone così diverse per età e formazione” (p. 31) e ancora una volta chiedere se il ‘senso’ dell’opera non abbia anche un rimando oltre il testo stesso. Infatti, parlando con alcuni degli Autori scopri innanzi tutto l’entusiasmo di aver partecipato alla complessa esperienza della costruzione del volume: eccitazione, sentimento di ‘squadra’, affetti, desiderio di ‘tornare là’ e rivivere quei momenti.

Eppure momenti di lavoro sodo: nel susseguirsi degli anni accademici Neri ha ospitato, nelle sue lezioni di Dinamiche di gruppo in contesti istituzionali  presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, suoi Colleghi Psichiatri e poi Psicologi, Assistenti sociali e altre professionalità ancora, creando, intorno alle ‘sue’ lezioni, un movimento gruppale complesso e mutevole nel tempo. Il libro non era in programma ma è divenuto la naturale evoluzione dell’esperienza relazionale e affettiva di un gruppo andato nel tempo definendosi intorno a obiettivi posti via via, come quello di comunicare “in tempo reale” attraverso i blog le lezioni agli studenti assenti. Fare scrivere ai laureandi il ‘succo’ di una lezione “dal punto di vista dello studente” e non da quello dell’“autore-docente” garantiva al documento stesso alta fruibilità da parte dei giovani; far rivedere il testo ai Docenti e infine ai Curatori, garantiva, al tempo stesso, la sua attendibilità. Geniale e difficile. Il dispositivo riesce solo se s’investe una quantità enorme di energie nel legame del gruppo e questo mi pare che sia un senso forte, un meta-messaggio del libro: non sono mai troppe le risorse che s’investono nella costruzione di legami gruppali.

Sul piano della sua definizione, il libro si sviluppa in cinque aree tematiche: Istituzioni e servizi; Equipe, supervisione e prevenzione del burn out nei servizi; Psicoterapia psicoanalitica di gruppo;  Psicoterapie psicoanalitiche di gruppo con bambini, adolescenti e genitori in difficoltà; Gruppi nel terzo settore. Ogni area è divisa in capitoli, ogni capitolo è redatto da un sottogruppo, una ‘squadra’, in ogni squadra vi sono junior e senior … e si fa tardi la sera, ci si appassiona e i giovani imparano anche da questo: cultura, passione e piacere legati ...

Mentre scrivo mi analizzo che anche io, come fruitore del testo nell’atto di un’esperienza di sua revisione critica, non riesco a separare una presentazione ‘mentalizzata’ dello stesso da un certo rimando affettivo e così, mentre mi apprestavo a una costruzione descrittiva sistematizzata ecco che sono tornato a parlarvi della “squadra” e di risonanze affettive. Il richiamo del lettore a entrare nelle dinamiche contemporaneamente di mente e di cuore del libro - in analogia con quanto accaduto per i vari passaggi costruttivi di ideazione, realizzazione, montaggio, trascrizione e revisione - lo fa posizionare accanto agli autori e ai curatori, lo inserisce nelle riunioni serali, nei progetti, gli fa immaginare le “pizze” dolavoriali e gli fa percepire le frustrazioni e le enormi risorse date dall’incontro col diverso da sé.

E così approdiamo alla considerazione secondo cui nell’implicito dell’intera operazione del testo vi sia una sintesi della personalità, dell’opera e del messaggio-base di Claudio Neri, psicoanalista cortese e disponibile, fin nel midollo ‘impostato’ nel senso della gruppalità, con una monumentale cultura ed esperienza in materia, curioso di ‘imparare’ i blogdagli allievi e capace di comprendere strategie di trasmissione della sua conoscenza a partire dalla gruppalità: i suoi allievi che ho conosciuto non avevano studiato Neri ma condiviso la trasmissione biunivoca di esperienza, in qualche modo si erano ‘fatti Neri’ così come il viceversa (ad es. uno di questi allievi mi disse: “Stai attento che quando mandi una mail al Prof. egli ti risponde mettendola immediatamente in copia a un milione di persone, ma poi scopri che la cosa non ti dispiace”).

Un’altra cosa curiosa e simpatica che ho confidenzialmente saputo da alcuni dei giovani costruttori del volume è che fu studiato che ogni capitolo si potesse agevolmente leggere nei dieci, quindici minuti corrispondenti ai tempi di una pausa lavorativa nel nostro campo.

Il libro è quindi un manuale a tutti gli effetti - per l’apertura delle trattazioni, per la sinteticità ed esaustività delle stesse, per i tanti rimandi -  a cui si aggiunge la facilità della comprensione. Ma vorrei anche dire che ciascun argomento lo senti approfondito e lo senti ‘vero’ e ‘vivo’ anche perché dentro ha l’anima dei professionisti che nella vita si dedicano precipuamente alla tematica di cui ti vengono a parlare.

Non mi addentrerò oltre nella descrizione dei capitoli per rispettare il target di Rubrica, anche se mi piacerebbe farlo e tra altre cose raccontarvi che mi ha emozionato ripassare gli esordi della trasformazione della psichiatria prima e dopo le Leggi “180” e “833” del 1978, “dal manicomio al Dipartimento di Salute Mentale” (pag. 35). Chi oggi lavori nelle Istituzioni del Pubblico e del Privato sociale grazie a dette trasformazioni trae beneficio dal ripasso di tanti passaggi fondamentali e può sempre più rendersi conto dell’importanza del proprio precipuo Servizio anche per contribuire a renderlo sempre più efficace nel suo legame con gli altri (ancora una volta “fare gruppo”).

Inserirei a pieno titolo il volume in visione tra i testi segnalabili nel campo psicoanalitico b/a non solo in quanto una delle sue Aree più ampie sia dedicata al come, quando e perché pensare alla psicoterapia di gruppo coi minori e i loro genitori ma anche e principalmente perché riterrei che il futuro dell’aiuto a funzione analitica in tale tipologia di umanità si iscriva nel concetto stesso di gruppalità, dagli interventi nelle istituzioni di formazione (scuole ecc.) e nei contesti di aggregazione (sportivi, di gioco anche telematico, religiosi ecc.) a quelli negli ambienti di cura (comunità di tipo familiare, terapeutiche ecc.) come pure a interventi impostati “a bassa soglia”, nelle gruppalità spontanee rudimentali “in assunti di base” ove molti bambini e specialmente adolescenti trovano accoglienza, senso e scopo per la loro vita (discoteche pomeridiane per minorenni, aggregazioni in strada o ancora in rete ecc.).

In chiusura, proverei a ipotizzare che il messaggio-base di Neri a cui sopra accennavo, l’implicito che sottende al testo più volte intercettato possa essere che quella del “fare gruppo” si pone come esperienza psichica fondamentale, che permette di apprendere perché il nuovo si lega e “fa gruppo” col vecchio; che consente gli affetti in quanto legame tra una persona, nella sua complessità gruppale, con un’altra, ugualmente e gruppalmente costituita; che realizza l’intercettazione di (gruppi di) affetti e (gruppi di) rappresentazioni a creare l’esperienza psichica e la psiche stessa secondo la lungimiranza di Freud; e permette la cura, pensando, in tal senso, la psiche ‘malata’ quella con scarsa capacità di gruppalità intesa nel senso sopra accennato.

Quanto detto ascrive l’apertura di Neri, co-Curatori e co-Autori al miglior freudismo e al suo incontro con l’Umano.

 

Adolescenza e Psicoanalisi oggi nel pensiero italiano
A cura di Giovanna Montinari,
FrancoAngeli, 2014.

Il volume nasce dal progetto di raccogliere e assemblare una selezione dei lavori presentati al X Congresso della Associazione Gruppi Italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza (AGIPPsA), tenutosi a Roma nel 2012.

Penso che i fermenti culturali prodotti dalle Associazioni federanti Gruppi che in Italia lavorano con approccio psicoterapeutico psicoanalitico con bambini e adolescenti siano da guardare con interesse e spirito di integrazione da parte della Società Psicoanalitica Italiana che per dette Realtà potrebbe, come sosteneva Vincenzo Bonaminio in una Giornata Nazionale b/a al cospetto del Presidente Ferro, divenire una sorta di “Casa madre” accogliente, orientante e formante.

La Presentazione di Anna Ferruta immette da subito il lettore nel clima del libro e in quello dell’evoluzione della psicoanalisi dell’adolescenza all’interno e all’esterno della psicoanalisi stessa La scoperta che compi nel corso della lettura del tomo è che i due “climi” in esso coincidono. Ferruta ‘movimenta’ la psicoanalisi tra l’astrattismo della teoria della mente e la ricaduta delle concettualizzazioni sul concreto di esseri viventi in relazione fra loro, e tra l’inevitabile staticità degli statuti concettuali e la necessaria movimentazione di “costruzioni figurativo-narrative strutturalmente dinamiche” (p. 11); dato ciò ipotizza che la periferizzazione subita nel passato dalla psicoanalisi dell’adolescenza sia motivata dalla difficoltà a dinamizzare schemi divenuti rigidi. Toccante e ancora una volta dinamizzante appare il paragone proposto dall’Autrice tra il genitore che viene ricreato dall’esperienza con l’adolescenza dopo averne subito gli effetti disgreganti, e la psicoanalisi in toto rispetto a quella dell’adolescenza. Ed esaustiva sul testo risulta la tesi secondo cui i lavori raccolti del libro “utilizzano la teoria e la clinica dell’adolescenza per arricchire la teoria e la tecnica psicoanalitica” (p. 13).

L’introduzione al volume curata dalla stessa Montinari che titola La psicoanalisi dell’adolescente in Italia compie un’operazione utile a cui va reso merito: essa presenta il significato del testo e dell’Evento da cui trae origine nel contesto della storia della psicoanalisi dell’adolescenza in Italia e nel mondo. Trovo indispensabili tali impegnative imprese di recupero di dati e di passaggi della storia di qualsiasi Movimento di idee tra Umani perché ne rivisitano e aggiornano il significato e lo traducono e trasformano nel pensiero dell’interprete di oggi che nel lavoro in corso rivede e risignifica anche la propria storia. Nel nostro campo detta operazione diviene indispensabile per la formazione delle nuove generazioni di Colleghi altrimenti sradicati, e per tutti noi che anche con ciò manteniamo il nostro senso di appartenenza al cospetto delle nuove sfide del futuro, delle nuove generazioni di adolescenti, di teorie e di Allievi. L’introduzione ‘fascia’ la riuscita operazione del libro di assemblare diversi punti di vista come parenchimi di un unico organismo, un corpusepistemologico che sentiamo il nostro.

Anna Nicolò - che ospita il volume in visione nella Collana Psicoanalisi contemporanea: sviluppi e prospettive da lei coordinata insieme a Vincenzo Bonaminio - all’inizio del suo contributo L’adolescenza: una sfida per lo psicoanalista. Come il lavoro con gli adolescenti ci ha costretto a ripensare i nostri modelli a sua volta presenta una storia dell’evoluzione della psicoanalisi dell’adolescente chiara e concentrata da cui emergono sia quei passaggi che ogni giovane Collega dovrebbe tenere a mente sia la monumentale preparazione teorica e tecnica dell’Autrice e l’agilità con cui ella sa muoversi fra i vari dispositivi. Mi pare che se da una parte per Nicolò l’adolescenza non è una “fase di transizione” come da antico conio ma “un agente organizzatore della mente” (p. 38) da un’altra l’Autrice sia attenta a non esporre la psicoanalisi dell’adolescenza a facili critiche come quando le si accredita la responsabilità assoluta di determinare movimenti trasformativi in psicoanalisi, operazione, per lei, addebitabile all’analisi dell’adolescente insieme a quella dei pazienti borderline, delle personalità narcisistiche e dei pazienti difficili in genere (p. 37). Accorgimenti che accomunano il lavoro coi pazienti adolescenti a quello coi borderline e coi narcisisti sarebbero per l’Autrice “la cautela nelle interpretazioni, il lavoro nel (corsivo mio) transfert con prudenza a interpretare il transfert, le consultazioni prolungate, il lavoro di rispecchiamento ma soprattutto questo intenso lavoro che implica la coppia analitica” (p. 40). Quello riportato è a mio avviso un primo vertice dello scritto. Nicolò si lascia poi alle spalle il dibattito tra “continuisti e discontinuisti” (ibidem) - tra chi in grossa sintesi crede più in un continuum evolutivo tra infanzia e adolescenza e chi invece vede maggiormente nell’adolescenza un fenomeno di rottura col passato - per concentrarsi sulla definizione di un secondo vertice, al primo connesso, riguardante lo spostamento dell’interesse della psicoanalisi dalla ‘diagnosi di struttura’ verso un tipo di valutazione centrata sullo studio del funzionamento mentale e della capacità di affrontare gli incarichi fase specifici. In questo Nicolò vede un contributo significativo dell’analisi dell’adolescenza alla psicoanalisi tout court e comunque un fermento epistemologico degno d’investimento. Un terzo vertice dello scritto si concentra sul fatto che l’osservazione dell’adolescenza ha incrementato la conoscenza dei meccanismi psichici primitivi a causa della facilità con cui essi sono osservabili nell’età considerata fino a poterla considerare, con Kestemberg e Corcos, “il paradigma di base del funzionamento mentale” (p. 41). Entra poi Nicolò con un aggiuntivo approfondimento nello specifico delle variazioni della tecnica psicoanalitica offerte dalla psicoanalisi dell’adolescenza e lo fa riflettendo a partire dalla clinica. Le considerazioni si accentrano sulla fine dell’analisi presa a paradigma di orientamento strutturale dell’analisi dell’adolescenza a disposizione dell’analisi in senso lato. Con una dichiarata iniziale ambivalenza controtransferale che arricchisce di onestà clinica l’apporto dato al lettore, Nicolò lascia dentro di sé che la dichiarazione della paziente adolescente di finire la propria analisi con lei dopo cinque anni diventi per entrambe la modalità per poter ultimare quel percorso “psi”, perché “in adolescenza (…) l’analista non rappresenta solo l’oggetto di transfert che riattualizza passate relazioni, egli è anche un oggetto di investimento reale (…). Di questo l’adolescente si deve liberare (…) e se ne deve liberare sottolineando che egli è in una posizione attiva ed ha un Io funzionante” (p. 45). A tal proposito ricordo con affetto il Convegno internazionale Analisi terminabile e interminabile in adolescenza curato circa ventidue anni fa da Nicolò stessa in cui presentai una lettura evolutiva del Drop out  in adolescenza su cui l’Autrice convenne.

Difficile un commento sul testo di Gianluigi Monniello Un giorno questa adolescenza ti sarà utile che risolva il rischio e la seduzione di sforare il dovere di contenere le misure di questo documento per approfondire una esegesi del testo che renda merito all’enorme lavoro compiuto dall’Autore. La sensazione è che riducendo detta opera si renda banalizzata una visione del testo stesso. Per limitare tale rischio proverò una riflessione forse atipica nelle recensioni che premi lapercezione dell’insieme sulla descrizione dei dettagli. Mi pare che l’Autore si avvii proponendo ripetutamente l’adulto e non l’adolescente, come invece di solito accade, al centro della scena osservata e intimamente percepita. L’adulto Monniello che dai suoi quasi quarant’anni di studio e ricerca sull’adolescenza diviene sempre più l’adulto che, fermandosi, si lascia irradiare dall’adolescenza stessa, quasi da ricercatore a ‘ricercato’. Forse un implicito messaggio a tutti noi relativo a un uso del “controtransfert adolescente” che diviene quasi posizione statico-creativo-pluriascoltativa dell’analista. L’Autore nello scorrere dei paragrafi presenta erudite argomentazioni a sostegno dell’utilità della psicoanalisi dell’adolescenza in quella dell’adulto ma fin dalla Premessa del testo ti rendi conto che lui lavori per rendere armoniosa, oltreché legittima la presenza dell’adolescenza non solo nella psicoanalisi tout court ma anche nella complessiva esperienza umana, forse anche reinserendo, in tal modo, l’esperienza psicoanalitica nella complessiva esperienza umana di cui è metafora e metonimia. Per chi è utile l’adolescenza?, potrebbe sembrare il motivo di fondo del testo che anima e pro-voca il lettore. Sicuramente per la psicoanalisi – dopo Montinari e Nicolò eravamo pronti a sentircelo dire -  ma Monniello pare andare oltre e ti fa pensare che sarà certo utile all’adolescente fino a che intravvedi, oltre l’adolescente che è nell’adulto, l’adulto stesso, in età, il quale, aiuti o meno l’adolescente, sarà comunque dall’adolescenza aiutato a vivere, cioè a pensare, a trasformare, rivoluzionare, a sentire piacere e ad avere speranza per il futuro e per il futuro della psicoanalisi se in tale ambito professa. Mi pare che nell’ultimo paragrafo La coesistenza degli estremi e la temperanza nello psicoanalista l’Autore accenni a (si sperimenti in?) una prima sistematizzazione di una sua teoria sull’Adolescenza che credo in molti aspettiamo e tuttavia, anche qui, con dolcezza, pare ti allontani dallo ‘studio’ per farti sentire l’adolescenza lavorare dentro di te: bellissime le riflessioni sull’importanza del favorire la narrazione nell’aiuto all’adolescente, e la narrazione ha sempre due ‘scrittori’: l’autore e il lettore-interprete.

Rapito da questi primi scritti ho preso molto dello spazio a disposizione e devo ora ancor più sintetizzare nella presentazione dei pur notevoli contributi che coi precedenti caratterizzano la prima Parte del libro. Esso è composto da tre tranche e mi piace che non vengano presentate nelle loro differenziazioni, lasciando al lettore l’esperienza di percepire in sé il modificarsi del proprio pensare nel passaggio dall’una all’altra.

Elena Riva ne Le risposte della psicoanalisi ai nuovi linguaggi del disagio adolescenziale affronta la questione importante del lavoro con generazioni di adolescenti “postmoderni” - aggiungerei di mio spesso oramai figli di genitori postmoderni -   e conferma una linea di pensiero  accomunante gli Autori del testo che mi pare  fondata su due assunti: il primo è che la sofferenza psichica oggi si esprime “nei comportamenti più che nei sintomi, rilevando disagi che rimandano a carenze e vulnerabilità narcisistiche piuttosto che a conflitti intrapsichici. Le cosiddette nuove patologie, lungi dall’esprimere sintomatiche soluzioni di compromesso dell’inconscio rimosso, rivelano, con la diffusione o l’irrigidimento identitario, fragilità narcisistiche spesso accompagnate dalla scissione e dal diniego del dolore psichico (corsivo mio)” (p. 60); il secondo consiste nella considerazione secondo cui la psicoterapia psicoanalitica dell’adolescenza è da sempre avvezza  a lavorare con simili condizioni di fragilità e non solo non indietreggia di fronte ad attuali esigenze di  rimaneggiamenti della teoria e della tecnica psicoanalitiche classiche ma contribuisce alla loro determinazione, assumendo di fatto un ruolo pioneristico esplorativo nel contesto classico della psicoanalisi. Un bellissimo caso clinico motiva la proposta, che troviamo anche in Monniello, di investire sulla funzione della narrazione, portatrice di spinte soggettivanti e fulcro della “terapia breve di individuazione messa a punto da Tommaso Senise con Maria Teresa Aliprandi ed Eugenia Pelanda” (p. 66). Facendo dialogare il pensiero di Senise, di Novelletto e di Chramet l’Autrice motiva una convergenza verso il definitivo superamento dello scopo diagnostico dell’incontro con l’adolescente a favore dello stimolare la sua curiosità verso il proprio funzionamento mentale, posizione a cui da altre strade come sappiamo giunge anche Nicolò.

Trovo toccante l’impostazione data da Diomira Petrelli al suo testo L’adolescente tra passato e futuro perché postulando le sue tesi fa parlare molti autori tratti dalla letteratura e dalla filosofia i quali - come scrive Lucio Russo, a mio modo parafrasando i “Poeti maledetti” - sono in grado di esprimere direttamente l’inesprimibile. Se riesco a operare una sintesi giusta direi che il suo pensare ruoti intorno all’emersione nel lavoro con gli adolescenti della difficoltà a strutturare un “senso del tempo” (p. 77), condizione che, nota l’Autrice e noi con lei, è stata riscontrata “da più parti”, molte anche nel volume in esame. La “questione tempo” viene posta così al centro delle attuali difficoltà dell’adolescente e del nostro lavoro con lui perché causa ed effetto di difficoltà a costituire e a far funzionare il dispositivo psichico, in analogia, nota Petrelli con gli altri Autori di questa raccolta, con quanto accade nei pazienti adulti borderline. Senza passato e senza futuro, quindi in un eterno presente. Mi pare che per Petrelli il tempo anche futuro si significhi a partire da quello della narrazione della propria storia e l’Autrice registra la mancanza nei nuovi adolescenti di un interesse per il ricordo all’interno di una crisi della funzione stessa della memoria che toglie al futuro “ogni possibile progettualità” (p. 77), mentre “il senso della propria vita – che si proietta all’indietro nel passato e in avanti verso il futuro – trova un peculiare momento di espressione in adolescenza” (ibidem). Interessante, attuale e utile mi pare la sua riflessione sulle differenze tra i passaggi generazionali delle trascorse generazioni e quelli delle attuali, differenze che l’Autrice - non collocandole in maniera allarmante e al limite del terrorizzante come si fa e si è fatto guardando smarriti ai giovani dalla propria incipiente anzianità (o quando si vuole piazzare qualche libro mediocre) - localizza con precisione nel concetto noto in psicoanalisi di “progetto tra le generazioni”, ove oggi, a differenza dei vari passati, avanzando fin dalla adolescenza una “richiesta, insistentemente formulata, di non formulare un progetto (…) - una - disponibilità potenzialmente inesauribile al cambiamento e allo spostamento nei luoghi e nello spazio (‘disponibilità alla flessibilità’). Questa pressante richiesta, che sembra diventare un nuovo valore da incorporare nell’ideale dell’Io se non addirittura nel Super-Io (…) mina alla base (…) la formulazione del progetto – che diviene quello di – ‘essere senza progetti’” (p. 80). Risuona il concetto della attuale messa in discussione delle strutture che prima assolvevano alla funzione di “garanti meta sociali” espresso da Kaës e dall’Autrice puntualmente utilizzato.

Il lavoro di Francesco Mancuso Adolescenza e Originario. Rimozione originaria, funzione alfa e holding in adolescenzapone a mio avviso correttamente la psicoanalisi (unica, classica, freudiana) al centro della questione del trattamento degli attuali adolescenti. Al posto della spinta (impulso?) a corrispondere a tanta debolezza psichica dei moderni adolescenti (e non solo) col rispecchiarla e gratificarla  in altrettanta ‘debolezza analitica’ l’Autore propone di continuare a rivedere e risignificare con metodo e costanza il dispositivo e la disposizione analitici, incrementando le proprie capacità di ascolto profondo (corsivo mio) e “riscoprendo l’originario di quelli che sembrano ruderi teorici” (p. 90), operazione con cui “si può apprezzare la loro sorprendente modernità anche nei confronti delle più attuali forme espressive dell’adolescenzialità più spinta” (ibidem). Un ascolto che risolva per sempre la querelle tra psicoterapia e psicoanalisi verso il concetto di una “identità analitica all’interno di una dimensione psicoterapeutica” (ibidem). Forti del proprio assetto e ascolto analitici, si può per Mancuso tranquillamente agire sul piano della tecnica trovando strumenti “sempre più sofisticati e specifici” (p. 91). “E’ una questione di psicoanalisi o di psicoanalista?” (ibidem) si chiede a seguito l’autore, ponendo al lettore la questione nei termini provocatori e  illuminanti in cui la mise e a mio avviso per sempre la risolse Green. Con umiltà di studioso devoto ai Padri Mancuso ricorda la sua amicizia con Senise e le sagge riflessioni del noto analista, secondo il quale “abbiamo sempre meno persone che ricorrono a noi per un’analisi ma abbiamo sempre più persone che sentono il bisogno di un ascolto psicoanalitico e di un assetto psicoanalitico che si prende cura di loro” (p. 89); e dando esempio ai giovani Colleghi riprende e sviluppa il pensiero di Novelletto secondo cui “mantenere un’identità analitica autentica è più importante sia del modello teorico che delle strategie cliniche” (p. ibidem) nonché l’intuizione del Maestro sul bisogno di giungere a un’“integrazione preconscia dei diversi modelli” (ibidem).

Il lavoro di Massimo Ammaniti e Michela Petrocchi Vulnerabilità al trauma, cervello e mente: implicazioni cliniche in adolescenza approfondisce da un punto di vista d’intersezione fra modello psicodinamico e modello neuro-scientifico i meccanismi che intervengono nel corso di un evento traumatico in adolescenza. Il contributo è occasione di conoscenza e incontro con molta letteratura di settore e permette, dopo spazianti aperture, una sintesi sull’importanza della valorizzazione di “forme di comunicazione extraverbale che implicano anche una espressività corporea” (p. 135), nel complessivo “dare (…) rilievo al comportamento mentale implicito” (ibidem).

Qui finisce la prima parte del libro e mi viene in mente di proporre brevemente la seconda e la terza in rapporto ad essa nel senso del passaggio valoriale, molto citato nei testi precedenti, da una generazione di analisti alla successiva. Da questo punto di vista Autori e testi della prima sezione fissano fondamenta profonde nella psicoanalisi classica per porgersi fino a sporgersi oltre, mentre i lavori successivi, di Autori mediamente più giovani, con esperienze vive e attive nei vari e articolati dispositivi di aiuto, ne fanno, almeno nel mio desiderio - e forse in quello degli Organizzatori del Congresso, della Curatrice del volume e sicuramente nel pensiero “ereditato” (pensando a Petrelli che cita Arendt) da Novelletto - un uso proficuo nell’affrontare in prima linea le attualità adolescenti, da sempre colme di, e richiedenti, azione.

Ecco da tale punto di vista che il lavoro di Fabio Vanni Il cuore e la cipolla: la consultazione come incontro bi-sistemicopropone il tema importante della consultazione con l’adolescente di oggi, con uno sforzo teso a realizzare una “modellistica” (p. 142) che coordini studi psicoanalitici e sistemico-relazionali; mentre il gruppo Linda Root Fortini, Laura Mori, Antonella Lumachi, Diana Lo Bianco e Cinzia Ulivelli, nel lavoro Quale setting per gli adolescenti tratta, alla presa con le attualità adolescenziali, l’altra questione epocale del setting, e, in armonia col legame tra la prima e la seconda sezione del volume, coerentemente si chiede: “come essere flessibile nel gestire il setting e, nel contempo, fedele al modello teorico di derivazione psicoanalitica?” (p. 164); Alessandro Poseddu propone l’interessante incontro della psicoanalisi con le Comunità terapeutiche per adolescenti e la sua sfida, che personalmente sostengo da lustri, è di realizzare e provare l’efficacia del lavoro in comunità per adolescenti che gradualmente acquisiscano e si riconoscano in un modello a  funzione analitica; questione d’importanza non minore e di solida tradizione affronta Daniela Albero col testo La psicoanalisi incontra l’ospedale: cosa succede?, e notevole risulta la sua forza nel tenere la barra ‘a dritto’ nonostante le tempeste che attualmente spesso devastano il lavoro istituzionale pubblico e demotivano i ‘marinai’; incoraggiante e ben posizionata tra passato e futuro risulta l’esperienza di Lucina Bergamaschi, Giancarlo Galli e Flora Piccinini riferita nel loro contributo Il gruppo di discussione clinica come terzo analitico. The way back perché illustra il cammino di un gruppo di lavoro che settimanalmente discute trattamenti individuali con pazienti adolescenti gravemente traumatizzati o deprivati. Tale gruppo condivide l’adesione al modello psicoanalitico e una comune storia anche affettiva e formazione.

Venendo alla terza parte, essa assume un ruolo di riflessione conclusiva sullo “stato dell’arte del lavoro psicoanalitico con gli adolescenti, prospettando l’opportunità di un dialogo tra i diversi modelli e paradigmi teorico-clinici, nei quali si declina il pensiero psicoanalitico oggi”, come scrive Maria Grazia Fusacchia (p. 214) nel suo Creare uno spazio per il dialogo. Ne discute con Alfio Maggiolini che presenta il testo Quale futuro per la psicoanalisi dell’adolescenza? e col sottoscritto che propone il testo Le adolescenze e ‘le psicoanalisi’. Il solo tracciato da Freud. Mi pare che i tre lavori completino e riassumano il senso del libro e del Congresso a cui rimanda perché l’uno approfondisce con esperienza e sapienza la questione nel territorio psicoanalitico (Fusacchia), l’altro (Maggiolini), grazie al lavoro dell’una, da lì spazia oltre con la nota capacità di apertura e di enciclopedico sostengo bibliografico dell’Autore, e chi scrive mi pare che tenti di porsi nel mezzo contribuendo a rendere solidale il dispositivo.