Lettera di Freud a Dyer-Bennet

A Richard Dyer-Bennet    

                        Vienna IX, Berggasse 19, 9 dicembre 1928

Dear Major,

lasci che il mio inglese abbia fine con questa intestazione. L’idea che Havelock Ellis Le sarà di aiuto nella traduzione di questa lettera mi rende più facile lo scrivere. Vi sono pochi uomini con cui intrattengo o intratterrei più volentieri dei rapporti.
Dalla Sua opera e dalle Sue lettere, deduco che Lei è una natura entusiastica, so dunque che La deluderò.
Al Suo Gospel of Living avrei poche obiezioni da fare. Mi permetta, perciò, di dar nome a quel poco. Non porrei come fine che gli uomini diventino degli dèi e la terra il cielo. Ciò ricorda troppo il vieux jeu e non è affatto pertinente. Noi uomini siamo fondati sulla nostra natura animale, non potremo mai diventare simili agli déi. La terra è un piccolo pianeta e non è adatta a fare la parte di “cielo”. Non possiamo promettere a chi ci vuol seguire nessun compenso per ciò che abbandona. Una certa dolorosa rinuncia è inevitabile. Le obietto ancora che Lei, al contrario di noi, scorge nell’”ignoranza” l’ostacolo al mutamento della vita che noi vagheggiamo. Penso che all’intelletto non competa tutta questa importanza. Gli ostacoli piuttosto si trovano nella costituzione degli istinti e negli interessi dell’umanità.
Mi sembra troppo ottimista anche quando giudica che l’umanità sia sufficientemente progredita per rispondere a un appello come il Suo. Solo uno strato superiore assai sottile potrà non deludere le Sue aspettative, altrimenti nelle grandi masse umane vivono tutti gli antichi livelli di cultura: quello del Medioevo, quello della preistoria animistica, perfino quello dell’età della pietra. Ottimista, Lei lo è anche quando fa l’unica proposta positiva del Suo Gospel. I mezzi per dominare la fecondità umana non sono affatto perfezionati, vale a dire non sono certi e psichicamente innocui.
Che fare, allora, per migliorare la vita?  Io penso: aver pazienza e supporre che c’è ancora da percorrere una lunga strada. Frattanto con il proprio lavoro occupare la posizione che più ci si addice. Dunque o combattere l’ignoranza e il pregiudizio, o aumentare il dominio dell’uomo sulla natura, o cose del genere. Chi non è abbastanza cieco e crudele da partecipare a esperimenti politici con masse umane, non cerchi di costringersi a ciò. Probabilmente è anche bene che vi siano uomini d’azione i quali non vengono imbarazzati da esitazioni e dalla compassione. Ma è altrettanto probabile che gli sforzi di questi uomini non ci daranno per il momento se non delusioni.
So benissimo che la Sua opera umanitaria non ha niente da attendere dalla pubblicazione. Il mio Avvenire di un illusione non mi ha procurato se non ripulse e spesso repliche indignate.
Suo devotissimo

Freud

S.Freud “Epistolari “ Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939”,  Bollati Boringhieri editore, 1990