Mosè e il monoteismo

Mosè [1513 - 1515]
Michelangelo Buonarroti [1475 -1564]

a CHARLES SINGER

Londra N.W.3, Mansfield Gardens 20,
31 ottobre 1938

Stimatissimo signore,
sono lieto dell'occasione di allacciare relazioni con Lei almeno per lettera, e La ringrazio del permesso di farlo in tedesco. In pari tempo, La ringrazio per l'opuscolo e la relazione che ho ricevuto tramite mio figlio Ernst.
L'occasione della nostra corrispondenza è certamente molto singolare. Il mio piccolo libro, attualmente in stampa, è intitolato Mosè e il monoteismo, come spero che potrà constatare la prossima primavera. Contiene un'indagine, fondata su presupposti psicoanalitici, delle origini della religione e in modo particolare del monoteismo ebraico, ed è sostanzialmente la prosecuzione e l'ampliamento di un'altra opera da me pubblicata venticinque anni fa sotto il titolo di Totem e tabù. Un uomo vecchio non può avere idee nuove; non gli resta che fare altro che ripetersi.
Può essere considerato un attacco alla religione nel senso che ogni indagine scientifica di una fede religiosa ha per presupposto l'incredulità. Non è un segreto, per chiunque mi conosca o legga le mie opere, che io sono un incredulo radicale. Considerando il libro da questo punto di vista, bisognerà dire che soltanto la Jewry e non la Christianity ha il diritto di sentirsi colpita dai suoi risultati. Infatti solo poche osservazioni marginali si riferiscono al cristianesimo, e queste non dicono nulla che non sia già stato detto da molto tempo. Al massimo si potrebbe citare l'antico detto: "insieme agguantato, insieme impiccato".
Naturalmente non è che io offenda volentieri i miei compagni di stirpe. Ma che posso farci? Durante tutta la mia lunga vita, non ho fatto altro che pronunciarmi a favore di ciò che ritenevo fosse la verità scientifica, anche se questa era scomoda e sgradevole per il mio prossimo. Non posso chiuderla con un atto di abiura. Nella Sua lettera si trova l'assicurazione, che testimonia della Sua superiorità, secondo cui tutto quello che scriverò provocherà equivoci e - mi sia lecito aggiungere - indignazione. Ora, si rimprovera a noi ebrei di essere diventati dei vili nel volgere dei tempi. (Un tempo eravamo una nazione coraggiosa). A questo cambiamento io non ho avuto alcuna partecipazione. Dunque, debbo, rischiare.


Con la massima considerazione
Suo devotissimo Freud