Bagno di sangue

Nel pensare al tema della giornata di oggi e a come poterlo declinare il pensiero è andato all’espressione metaforica, che ho scelto come titolo, e che alcuni pazienti uomini, implicati in dinamiche violente hanno usato nel momento in cui, in seduta, si sono chiesti come mai le loro relazioni comincino con una grande intesa sessuale e complicità intellettuale e si concludano in un bagno di sangue.

Per Luca il bagno di sangue è un luogo di scontro in cui le stesse motivazioni per cui ci si ama continuano ad esistere, ma avendo completamente cambiato registro diventano le motivazioni per cui ci si odia. Ci sono due strade per sentirsi vivi: una quella dell’amore e l’altra è quella della violenza. Luca afferma di essersi rassegnato all’idea che la sua “natura” gli impedisca di costruire una relazione stabile e duratura, ma soprattutto di concepire che la relazione d’amore sia un luogo sicuro per sé e per l’altro. Nell’ultima relazione si è fermato prima di agire, di nuovo, una escalation pericolosa. Luca quando si sente solo e bisognoso chiama la sua ex, la quale gli risponde e lo ascolta per poi aggredirlo verbalmente e rivendicare tutto il suo odio per lui. Quando gli chiedo cosa lo spinga a continuare a chiamarla, mi risponde che è l’unico modo per lui di sentire che può ancora nutrirsi di “brandelli” di affettività i cui resti dissemina nelle singole porzioni della sua vita. In una seduta mi parla della serie tv Baby Reindeer (Piccola Renna) ispirata a una storia vera e che racconta l’inquietante relazione tra una stalker e la sua vittima; due fragili personaggi torturati dalla ricerca spasmodica di amore. Luca, identificato con entrambi i personaggi, attraverso la narrazione episodica della fiction, esplora la perdita del rapporto con il proprio desiderio perché nell’intuire il desiderio dell’altro non si sente più soggetto d’amore, ma solo oggetto del piacere altrui e viceversa. Una caratteristica di Luca è la sua freddezza narrativa: “Vado a trovare un’amica il suo appartamento è stato messo a soqquadro e la trovo morta. Telefono staccato, citofono tagliato. Impossibilità di chiedere aiuto e di chiamare i soccorsi. Non ricordo se fosse nuda.” Quando narra il sogno, resto stupita e ho l’impressione che stia narrando la sceneggiatura di un film o di una serie tv crime. Attraverso il sogno, nella scena analitica irrompe la rappresentazione mediale della violenza di genere, nella sua pervasività di estetizzazione e uccidibilità del corpo femminile1.

Per Fabrizio il bagno di sangue evoca il sentirsi immersi in qualcosa di intimo, basico e materico, emergente nella relazione tra corpi che si incontrano e scontrano. Nella sua storia personale si evince una sovra stimolazione e sovra eccitazione sensoriale dovuta ad una pratica familiare promiscua che non prevedeva confini, nell’esposizione di corpi nudi e di scambi corporei nelle attività intime tra i membri della famiglia. Odori, effluvi, profumi, fluidi e solidi corporei provenienti dal corpo delle sue partner, non possono che evocare in lui il soggettivo, originario, primo contatto sensoriale con il corpo materno e aprendo così, in seduta, una riflessione su di sé e i suoi legami. Si identifica con il protagonista del libro/film Profumo che da neonato abbandonato in mezzo alla melma fa di questa esperienza originaria sensoriale la sua cifra distintiva acquisendo un raffinato senso dell’olfatto e diventando, una volta adulto, un serial killer che uccide le donne.

Un sogno, è stato particolarmente significativo e rivelatore della qualità emotiva di base che caratterizza il suo modo di amare e di legarsi a loro. Nel sogno viene data la caccia ad un alligatore gigante che le adesca e le uccide sfruttando la loro compassione femminile. Durante l’inseguimento l’alligatore si trasforma in un adolescente con i capelli al vento in bici. Ricostruiamo insieme come il sogno abbia rappresentato la sua “mutazione” in adolescenza, che ha corrotto il suo bisogno di amore carico di affetto e tenerezza in un amore, vorace, fagocitante e cannibalico. L’amore nella sua forma più arcaica e primitiva. Emerge dalle associazioni al sogno anche l’esigenza di controllare i poli di coppie opposti, sadismo-masochismo, maschile-femminile, attivo-passivo, controllo che gli ha consentito il passaggio da una rappresentazione di sé come “bambino/adolescente/passivo/femmina” ad una rappresentazione di sé come “bambino/adolescente/attivo/maschio”. Si sente sempre molto passivo nei rapporti e ha interiorizzato questa passività come una parte femminile, un aspetto di sé che lo confonde e non capisce più chi è e che posizione ha nel rapporto e questo lo spinge ad agire in modo violento, non solo con le donne.

Durante il processo terapeutico il mio controtransfert mi segnalava un bisogno urgente sotto traccia che non riuscivo bene a definire e, una notte, sogno il paziente. Nel sogno sono con Fabrizio a casa mia, lui ha la corporatura di un uomo fino alla vita e dalla vita in giù ha la corporatura di una donna. Indossa una t-shirt, dei pantaloni attillati e dei tacchi alti. Mi dice che è molto in ansia per un lavoro che deve fare. Io cerco di rassicurarlo, ma lui mi confessa di essere un killer e il lavoro che deve fare è uccidere qualcuno. Ad un certo punto capisco che la persona che deve uccidere sono io. Sono serena, la comunicazione non mi spaventa e restiamo a parlare del mio omicidio.

Successivamente il paziente in seduta mi comunica che ha fatto un sogno, che a me sembra molto simile al mio: “ascolto due persone che litigano, c’è combattimento e violenza. Sono spaventato, non so se la donna voglia uccidermi, o voglia portarmi a letto. È una donna venuta dal passato per intercettare me e cambiare gli eventi”.

Questo “match” onirico è stato molto utile per portare alla luce la profonda comunicazione inconscia tra me ed il paziente circa i timori di violenze evocatrici di intrusioni-seduzioni e di abbandono e ha permesso di parlare di maschile e femminile con modalità non binarie e di riconoscimento mutuo. La donna che viene dal passato per cambiare gli eventi sembra condensare sia la qualità emotiva traumatica originaria e ripetitiva, ma anche la speranza di un’esperienza nuova e trasformativa nel qui e ora del transfert.

Ivan è un giovane uomo di bell’aspetto, esprime un fascino deciso tipico da maschio alpha. Anche lui ha una serie cult con cui si identifica dal titolo Mad men, che in inglese significa “uomini matti”, il cui protagonista è un uomo di successo, sessista e omofobo, votato al culto di se stesso.

Mal tollera le regole del setting che tenta di negoziare di continuo e soprattutto mal tollera il fatto che non sia possibile avere con me quella prossimità fisica che eroticamente lo stuzzica e lo rassicura del suo essere “virile”, e che lo rende così sicuro di piacere alle donne.

Per Ivan il bagno di sangue è sempre stato quello della relazione con il padre, un uomo verbalmente violento e competitivo, amante di attività sportive e divertimenti rischiosi che lo schernisce spesso umiliandolo. Un problema di salute del padre muove qualcosa in lui e lo interroga sui significati relativi al rischio di questa possibile perdita.

Da questo momento si apre un varco verso l’inesplorato rapporto con il materno. Ivan nutre un attaccamento viscerale nei confronti della madre, la quale si lamenta della freddezza del marito nei confronti del figlio, ma nello stesso tempo ne ha un possesso totale. Ivan in seduta accenna ad una prossimità fisica di carezze e di baci con lei e descrive come la donna compiaciuta pretenda che il figlio ormai adulto la baci prima di accomiatarsi da lei.

L’impressione è che la madre fosse frequentemente sopraffatta dalla vita familiare e che non avesse le risorse adeguate per affrontarla. Ivan ha avuto sempre un atteggiamento protettivo nei suoi confronti sentendo di essere apprezzato da lei quando svolgeva questa funzione. La qualità eccessivamente stimolante e seduttiva introdotta nel loro rapporto è stata assimilata, in una esperienza di valore di sé, a cui Ivan è molto restio a rinunciare a tal punto che se l’attuale partner non si veste sexy e non si fa trovare carina, sensuale ed eccitante diventa violento, sminuendola, umiliandola, trovandole difetti fisici e rimproverandola di non essere abbastanza ammiccante. Recentemente, in uno dei loro violenti litigi, lei ha ammesso che l’essere ammiccante non è il suo modo di essere femminile e che in realtà non sa neanche quale sia. Quando si sono conosciuti si è adattata alle sue richieste perché aveva capito che questo era il modo di garantirsi l’attenzione di Ivan, sostenendone contemporaneamente il bisogno di autostima. Inoltre la ragazza manifesta esplicitamente la difficoltà a gestire le sue continue richieste sessuali e anche la sua fragilità emotiva e il suo umore disforico. Queste affermazioni, che lo hanno profondamente disorganizzato sono valse numerose sedute di continue recriminazioni contro di lei. Gli faccio notare che quando parla di Sara non si riferisce mai a lei chiamandola per nome, disconoscendo qualsiasi reciproca soggettività e utilizzando l’attribuzione di ruoli sociali in un modo che riconosce l’altro solo come un oggetto di possesso e uso consumistico.

I miei interventi si focalizzano anche sul fatto che Ivan in quanto uomo si senta costretto a dimostrare continuamente a Sara la sua virilità, anche quando per lei non c’è nessuna necessità di farlo, rivelando così tutta la sua incapacità ad abbandonarsi all’incontro con l’altro ed essere sorpreso dal desiderio che nasce in modo spontaneo.

Inaspettatamente per lui, durante un rapporto sessuale, Sara esplicita il desiderio di avere un bambino e di essere madre. Nel corso delle sedute riuscendo a superare momenti di imbarazzo, e dilemmi riguardo a sentimenti di vergogna e colpa, confessa che da quel momento ha paura nell’avere rapporti sessuali con lei e di non saper più come toccarla. Si interroga sulle differenze dell’universo maschile e femminile e sulla possibilità che entrambi, sappiano davvero qualcosa sulla propria sessualità e sulla sessualità dell’altro. Il mondo della sessualità libera e del piacere erotico, che fino a quel momento era stato per lui un mondo conosciuto in cui si destreggiava con apparente sicurezza, nel passaggio ad una sessualità riproduttiva si trasforma in un luogo ignoto e sconosciuto in cui la sua virilità è realmente minacciata e che lo riconduce inevitabilmente al legame incestuale (Racamier, 1995) con la madre e alla violenta rivalità con il padre. In questa fase sogni in cui durante l’amplesso la figura della madre e di Sara si sovrappongono, si alternano a sogni in cui il padre di Ivan la concupisce, e lui lo colpisce. L’idealizzazione sessualizzata della femminilità che emerge dalla configurazione edipica, incestuale e parricida (Loewald, 1979) ha permesso di accedere in seduta ad una vasta gamma di stati affettivi di amore e di odio verso l’oggetto-madre/padre e dei loro molteplici e complessi significati, relativi ai suoi tentativi di essere in relazione ma anche alla sua impotenza e incapacità di formare qualunque altro tipo di legame emotivo con l’oggetto e nel transfert con me.

La dinamica transfert-controtransfert nella relazione terapeutica con Ivan è stata per me, decisamente difficile da gestire. Ben presto anche le sedute sono diventate rissose e la conflittualità si è delineata, come una continua tensione tra attribuzioni reciproche: lui esprime aperta rabbia rivendicativa per le mie interpretazioni, che definisce da femminista cieca” e io fatico a nascondere una certa irritazione ed esasperazione per le sue risposte che definisco da “picchiatore fascio-comunista”. Sulla base di queste attribuzioni legate a stereotipi di genere mi sono chiesta se e quanto nella relazione terapeutica il transfert e il controtransfert abbiano risentito dei pregiudizi sessuali reciproci e del fatto che io sia una psicoanalista donna con la propria soggettività. A dispetto della neutralità analitica, non ho fatto mistero che il genere di mascolinità e femminilità che lui tanto propaganda non è proprio il mio genere, anzi mi procura in seduta anche una certa indignazione e un certo disprezzo per lui come uomo, oltre a sentire una certa intolleranza per la sua presenza nella stanza. Non sopporto il suo dopobarba che impregna la stanza di un odore acre e pungente tant’è che, non appena finisce la seduta ho il bisogno di spalancare immediatamente la finestra e spruzzare un deodorante che copra la scia che lascia. Quando disdice una seduta, finalmente respiro.

Ivan recentemente ha portato in seduta un sogno: “Siamo in una città lagunare, c’è un clima di apocalisse, di pericolo e di morte imminente. Io mi ritrovo con Sara mano nella mano e ci immergiamo sott’acqua insieme e facciamo questo tratto per salvarci. Risaliamo l’acqua della laguna e veniamo catapultati in un’altra realtà e siamo sporchi e feriti. Ci ritroviamo con una coppia di amici con un neonato e andiamo verso i battelli messi a disposizione per salvarsi. saliamo su questo traghetto e andiamo via”.

 

“Dove c’è sofferenza tra gli esseri umani, dove sono violenza e ferite inflitte e autoinflitte, lì è qualcosa di nuovo e di importante che vuole salire in superficie, non tanto per affermare un potere che schiaccia e che violenta l’altro come atto estremo di un sentirsi vivi, ma come atto che chiede di essere finalmente curato, come ogni ferita, e che chiede il riconoscimento di un essere vivi e, quindi, capaci di amare” (Forcina, 2004).

La capacità di amare, citata dalla filosofa e scrittrice Marisa Forcina, era per Freud uno dei due fondamenti - l’altra la capacità di lavorare- della salute mentale. Successivamente molti altri psicoanalisti, tra i quali Kernberg (1976), Bergman (1977) Gabbard (1996), si sono interrogati sulla capacità di stabilire e mantenere nel tempo relazioni d’amore, convergendo su di un punto fondamentale, ovvero che la capacità di amare per tanto tempo la stessa persona è una delicata operazione di equilibrio nel gestire la confluenza di odio e amore. Il degradarsi dell’amore è dovuto all’incapacità di sostenere la tensione tra questi due sentimenti e di conseguenza all’incapacità di mantenere il desiderio. Questa incapacità, Freud (1912) l’aveva intesa come una sorta di “flaccidità psichica”. Con un linguaggio più contemporaneo e che io sento a me più vicino potremo parlare di vulnerabilità psichica, non necessariamente collegata ad un disturbo specifico della personalità o inerente ad un quadro psicopatologico, ma riferendoci a quella vulnerabilità psichica intrinseca all’essere umano di cui sessualità, aggressività e idealizzazione sono elementi essenziali.

Come osserva Stephen Mitchell l’amore è una faccenda rischiosa perché ci mette in una posizione di dipendenza reale, non solo fantasmatica dall’oggetto: “il Sé è così profondamente implicato con gli altri che le nostre esperienze più private e interiori sono plasmate e legate ad altri impliciti tanto al livello conscio quanto a livello inconscio” (Mitchell, 2002).

Provare un sentimento intenso, qualunque sia il grado di risoluzione edipica raggiunto, evoca sempre una dipendenza dall’oggetto del proprio desiderio. Il desiderio adulto riecheggia inevitabilmente la storia delle proprie dipendenze infantili costitutive dell’esperienza stessa del desiderare. Secondo Mitchell, l’aggressività è il punto debole del desiderio e di conseguenza sostenere il desiderio nel tempo produce una minaccia che si rigenera di continuo. Il desiderio ci mette in pericolo e la risposta aggressiva a questo stato di pericolo può distruggere sia l’oggetto del desiderio, sia il soggetto desiderante. Questo è il motivo per cui è così frequente che l’oggetto del desiderio si trasformi in oggetto di vendetta. Rinunciare al desiderio è come la morte psichica, ma non poter accettare i limiti della sua realizzazione, può portare ugualmente ad una situazione di distruttività. Dunque, una precondizione necessaria alla capacità di amare è contenere l’aggressività e l’odio derivanti dall’umiliazione, e dal pericolo sentito per sé.

Le relazioni d’amore, non sono mai simmetriche e contengono sempre un fattore di disequilibrio, che permane come una tensione costante tra riconoscere la soggettività dell’altro lasciandosi andare all’incontro, disponendosi e aprendosi alla possibilità di perdere qualcosa di se stessi.

Come ci ricorda Ricoeur (1990) il Sé si riconosce e in questo si differenzia dall’Io, e soprattutto si riconosce in una alterità che è costitutiva per lo stesso Sé.

Oggi sappiamo bene che l’esperienza del Sé incarnato, emerge a seguito di negoziazioni complesse ed evolve nelle relazioni con i caregivers attraverso aree di iperstimolazione e ipostimolazione, che è soggetta a rotture e riparazioni, a sintonie e distonie. Il bambino diviene soggetto indipendente solo se è riconosciuto come tale dagli agenti delle cure e accede alla soggettività solo quando anch’egli riconosce che i propri agenti delle cure hanno una propria mente. Diveniamo soggetti solo se siamo riconosciuti come tali dall’altro. In caso contrario si istituisce un senso di sé che sente il riconoscimento di essere soggetto vulnerabile all’amore e all’odio dell’altro.

La sessualità infantile è sottoposta sin da principio all’impatto dell’alterità (Laplanche, 1987) soprattutto quando diventa soverchiante rispetto alle capacità cognitive che il bambino ha a disposizione per comprendere processi corporei intensi, che eludono la propria capacità di accedere al simbolo e alla creazione di significati. Le esperienze erotiche precoci costituiscono in larga misura una area intensa di eccitazione emotiva-sensoriale dissociata che rimane legata al corporeo e i suoi derivati di natura tattile e olfattiva, visiva e auditiva non possono essere ricordati ma sono solo riproducibili nella messa in atto e possono insinuarsi in modi peculiari nella relazione transfert-controtransfert come è accaduto con Ivan, ma anche con Luca e Fabrizio.

Anche io sono vulnerabile e immersa nel loro bagno di sangue e nei significati della loro sessualità infantile dissociata. E a mia volta immersa con loro in tutte le forme potenziali della mia sessualità infantile dissociata e nel dilemma di resistere o lasciarmi andare a queste esperienze di profonda intimità con i pazienti.

Jody Messler Davies (2000) ha contestato l’assunto teorico-clinico secondo il quale nelle scelte tecniche che riguardano i temi di transfert-controtransfert erotico l’analista debba situarsi sempre nel ruolo di genitore edipico tra gratificazione e frustrazione dei desideri incestuosi edipici. Secondo Davies l’analista può scegliere quando interpretare temi dell’analisi del transfert-controtransfert erotico nel “qui e ora” della relazione analitica e quando scegliere di trattare questi temi mantenendo l’attenzione sulla vita del paziente esterna al setting terapeutico.

Da questa prospettiva il transfert erotico è inteso come un insieme complesso di coinvolgimenti tra paziente e analista nei quali sentimenti, fantasie e sensazioni sessuali giocano un ruolo fondamentale e significativo. L’Autrice mette in luce un’esperienza che evolve con gradualità e che può accompagnare lo sviluppo della mutualità e di un legame relazionale intimo tra paziente e analista e per questo implicitamente seduttivo e potenzialmente erotico per entrambi i partecipanti all’azione terapeutica.

Non solo tutte le forme non metabolizzate e non simbolizzate della sessualità genitoriale, ma anche il genere ha i suoi significati che passano per una serie di sottili trasmissioni tra genitori e figli. Per esempio un sentimento come la vergogna può essere avvertito come una parte insidiosa di ciò che definisce la femminilità e la mascolinità, e può essere trasmesso attraverso identificazioni implicite o esplicite, indipendenti o conformi al genere delle figure di accudimento.

Nella psicoanalisi contemporanea il pensiero di alcune autrici femministe nordamericane ha delineato i presupposti per pensare alla esperienza di genere come costruita socialmente e intersoggettiva, in mutua e continua relazione con la vita psichica e corporea del soggetto e con il suo linguaggio (Harris, 2003) e rintracciando la differenza di genere nelle fasi precocissime e pre-edipiche, del rapporto madre bambino (Chodorow, 1991).

Secondo l’originale intuizione di Jessica Benjamin (1988), il binarismo di genere non riguarda mascolinità/femminilità o attività/passività, ma riguarda l’uso del genere per dividere le persone in soggetti e oggetti, producendo il complementare soggetto-maschile/oggetto-femminile. In questa disposizione, la mascolinità è costituita come uno stato illusorio di onnipotenza che è sostenibile solo perché dipendenza e vulnerabilità sono proiettate sulla femminilità. Ridotta alla sua forma pura, la posizione della donna come Altro rispetto al Soggetto maschile si riduce a questo: la femminilità è tutto ciò che la mascolinità ripudia.

Nel volume La decostruzione del genere (2006) Muriel Dimen mette in discussione in ambito clinico e decostruisce la differenza maschile/femminile ed è impegnata a definire il costrutto simbolico di sesso e genere, inducendo a pensarlo in termini di esperienza personale, come un “campo di forze”, “un insieme di relazioni complesse tra contrapposizioni e differenze mutevoli”. Nello stesso volume Virginia Goldner, sottolinea come la matrice culturale medicalizzi e patologizzi qualsiasi ambiguità e incongruenze del genere; così come qualsiasi struttura identitaria in cui genere e identità non siano congruenti con il sesso biologico.

Preannunciando soggettività post-moderne che superino e rifondino radicalmente la categoria del genere, Bianca Gelli (2009) indica questo passaggio tangibile nella società contemporanea parlando “di un genere, non più forte, coeso e durevole nel tempo, ma poroso, fluido, frammentato, nomade”.

Alla luce delle prospettive multiple del sé, la soluzione migliore in tema di genere, sesso e soggettività sembra essere - per dirla alla Bromberg (1988) - quella di mantenere l’identità, restando negli spazi e continuando a gestire la propria e l’altrui molteplicità. Processo che avviene non senza fatica come esprime Andrea in seduta dicendo: “mi sento una coperta di patchwork che vorrebbe essere a tinta unita”.

 

Infine, il bagno di sangue non può che evocarmi il corpo femminile, che sanguina, genera, nutre, calma, sfida, minaccia, oltraggia, eccita, soddisfa e tormenta. Non può che evocarmi il corpo violato e ucciso delle donne.

“[…] Seduttrici e madri. Il posto della donna - madre/moglie o prostituta - è quello che le ha assegnato l’uomo. Il corpo femminile come corpo che genera e che da piacere è ciò che rende la donna “potente” agli occhi dell’uomo che si può ipotizzare lo abbia spinto a imporvi il suo dominio, il suo controllo, assicurandosi che quelle potenti attrattive fossero finalizzate al suo interesse, a rendergli buona la vita. C’è dunque all’origine del rapporto tra i sessi un capovolgimento che porta il “debole” a farsi “padrone” (Melandri, 2011).

“[…] Libertà, diritti acquisiti, non sembrano aver scalfito alla radice l’aspetto più accattivante dei ruoli sessuali la complementarità “quel profondo, benché irrazionale istinto” - come ha scritto Virginia Woolf - a favore della teoria che solo l’unione dell’uomo e della donna, del maschile e del femminile “provoca la massima soddisfazione”, rende la mente “fertile e creativa”. Di questo ideale ricongiungimento di nature diverse si alimenta l’amore di coppia e il suo antecedente originario, la relazione madre-figlio.” (Ibidem)

È ormai un dato acquisito che nella società contemporanea il tema della violenza di genere è un problema strutturale e non emergenziale. I numeri sempre crescenti del fenomeno del femminicidio ci danno conto di una strage continua su tutta la nostra penisola, trasversale per ceto sociale e per età e con un aumento sconcertante tra i minori. Nonostante le misure di rafforzamento del Codice Rosso e l’introduzione del braccialetto elettronico, mancano ancora strategie di prevenzione di medio e lungo periodo che promuovano un cambiamento radicale nei comportamenti e nei pregiudizi sui modelli di genere stereotipati e culturalmente legittimati, e che agiscano sull’accettazione dei cambiamenti che stanno avvenendo nelle relazioni tra i sessi improntate ad una crescente autodeterminazione e libertà delle donne.

La questione sollevata oggi da più parti dell’opinione pubblica sui social e sui media2 concerne i risvolti dell’autodeterminazione femminile su gli uomini, che ancora faticano a parlare di maschile in senso pluralistico. Di questo “deficit narrativo” al maschile ne dà testimonianza l’interessante documentario Nel cerchio degli uomini scritto e diretto da Paola Sangiovanni, in collaborazione con Rai Documentari. Dopo il racconto dei movimenti femministi italiani degli anni Settanta di Ragazze la vita trema e le dirette testimonianze, nelle zone colpite dalle guerre, della violenza sul corpo femminile raccolte ne La linea sottile, la regista sceglie di affrontare, nell’ultimo capitolo della Trilogia, il tema della violenza di genere da una prospettiva nuova, quella maschile.

Il docufilm racconta, attraverso le storie personali di uomini violenti, come la condizione maschile sia diventata una questione centrale nel dibattito pubblico. L’uomo, da una parte soggetto privilegiato di una società ancora patriarcale, dall’altra, come mostrano le cronache, ci appare oggi anche disperatamente fragile e capace di agire la violenza, in primo luogo nei rapporti più intimi, verso di sé e sopratutto contro le donne. La sfida presentata è quella di riuscire a mettere in relazione le storie personali con l’evoluzione molto lenta del modello culturale patriarcale e maschile di riferimento, nel tentativo di decostruirlo. L’elemento ricorrente, che emerge ripercorrendo le motivazioni più profonde che hanno portato alla genesi di gesti violenti, da parte di questi uomini, è la paura di sentirsi sopraffatti dall’altro sesso.

 


Bibliografia

Bastianini, T., Ferruta, A., Guerrini Degli Innocenti, B., (2021). Ascoltare con tutti i sensi. estensioni del paradigma dell’ascolto psicoanalitico. Roma: Giovanni Fioriti Editore.

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Davies, J.M. (2000). Contenimento e simbolizzazione della sovrastimolazione erotica negli ambiti del traumatico e del trasgressivo. Dialoghi Psicoanalitici-2 Incontro con Jody Messler Davies 2/12/2000.

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Forcina, M., (2004). Sangue in superficie, corpi infantili e corpi femminili nel difficile rapporto con la società patriarcale. Segni e Comprensione, Anno XVIII nuova serie, n. 53, Settembre-Dicembre 2004, pp. 99-107. Rivista Quadrimestrale, Manni Editore.

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Gabbard, G. O. (1996). Amore e odio nel setting psicoanalitico. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 2003.

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Harris, A. (2003). Identità di genere: un concetto “in restauro”. Ricerca psicoanalitica, 2003, Anno XIV, n.1, pp. 7-82.

Kenberg, O.F., (1976). Impedimenti all’innamorarsi e al restare innamorati in Capacità di amare. Torino: Bollati Boringhieri,1993.

Laplanche, J. (1987). Nuovi fondamenti per la psicoanalisi. Roma: Borla, 1989.

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Melandri, L., (2011). Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà. Torino: Bollati Boringhieri.

Mitchell, S., (2002).  L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2003.

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Ricoeur, P. (1990). Sé come un altro. Milano, Jaca Book, 1993.

 

 


In Relazioni brutali. Genere e violenza nella cultura mediale (2017) le sociologhe Elisa Giomi e Sveva Magaraggia hanno individuato alcune macro-strategie discorsive ricorrenti nei media, che a loro giudizio possono concorrere ad alzare la soglia della tolleranza, della pervasività e della assuefazione rispetto al fenomeno dl femminicidio e al fenomeno mediatico della uccidibilità del corpo delle donne.

2 Michela Murgia si è molto occupata di come i media e in particolare i giornali italiani raccontano le violenze contro le donne e il femminicidio. In un articolo scritto per il Post e pubblicato dopo la sua morte, Murgia, racconta la propria esperienza in una redazione denunciando la responsabilità dei giornalisti verso la sensibilità di chi legge nelluso del linguaggio sessista intriso di stereotipi di genere

Questo sentimento del sentirsi sopraffatti dallaltro sesso, ci dice molto su quanto, le esperienze corporee e in particolar modo quelle sessuali, rappresentino fonti sensoriali ed emotive potenzialmente intense e spaventose. Lesperienza di “esistere-nella-sensazione” (Guerrini degli Innocenti, 2021) può comportare il sentirsi violentemente eccitati e dominati da qualcosa di terribilmente seducente. In mancanza di una funzione capace di contestualizzare e rappresentare, l’esperienza percettiva del contatto con l’oggetto può essere contrassegnata da una compenetrazione corporea che si caratterizza per l’ evento che la qualifica: lacerazione, violazione, stupro, ferita emorragica di un corpo i cui orifizi sono profanati e dove chiunque può entrare. (Correale, 2021)

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