Cultura, cinema e arte

“Blonde” di A. Dominik. Recensione di F. Salierno

La doppia vita di Marilyn e la fragilità di una diva...


“Blonde” di A. Dominik. Recensione di F. Salierno

Bionda. “Sono veri?”, “No”. Finti. Come la facciata costretta a costruire quotidianamente per la lotta per la sopravvivenza. E come si fa a sopravvivere se la realtà è così mortificante e traumatica? Si assume una identità presa in prestito. Norma Jean diviene Marilyn Monroe. Ma anche viceversa, nei momenti di fragilità senza fine.

La storia la conosciamo tutti. È quella di una bambina, figlia di una madre anch’ella fragile, alle prese con un groviglio psichico tale da condurla alla schizofrenia, e di un padre sconosciuto.  Quella Norma Jean che dopo l’orfanotrofio cerca un riscatto e la possibilità di essere vista. E arriva così ad essere sotto lo sguardo di tutto il mondo. Usa il corpo come mezzo. Fino al disprezzo. Fino alla sua mortificazione. Ma al di là della storia, questo film ha il pregio di riuscire a far vivere allo spettatore l’angoscia e il senso di solitudine che prova chi già dalla nascita non ha un posto nel mondo, perché non ha uno spazio nel cuore di chi lo presenta a quel mondo stesso. La storia di Marilyn è infatti quella di tanti, anche di chi quella visibilità non avrà mai la possibilità di provarla.

Andrew Dominik, infatti, si è dato questo come obiettivo. Cioè rendere universale una storia così particolare come quella di Marilyn Monroe. Ana de Armas, l’attrice  che la mette in scena, deve averla sentita tanto dentro di sé, al punto da identificarsi alla perfezione. Il film, inoltre, apre nuovamente la questione sull’uso del corpo della donna in una società che resta maschilista. La donna bella, oggetto d’uso, che quindi deve essere stupida e al servizio del potere del maschio, sembra il solito, terribile, déjà-vu.

E l’acqua sotto ai ponti non sarà mai abbastanza, quella che deve passare affinché non sia così. Gli stessi uomini, da lei tanto cercati e amati, come proiezioni di un padre idealizzato perché mai avuto. “Daddy”, l’appellativo, nel film, dei suoi compagni di vita.

L’uso del bianco e nero ci proietta sui chiaroscuri delle ombre psichiche di Norma Jean, che si cela sotto Marilyn. Ombre di Fantasmi che si fanno via via sempre più grandi tanto da soppiantare la figura intera. E da farla pezzi. Come l’ha fatta a pezzi il cinema, primo rifugio, e luogo dei suoi sogni di rivalsa sulla vita.

Ma “Dove finiscono i sogni, e inizia la pazzia? In fondo l’amore non è solo un’illusione?”, dice Marilyn nel film. Norma Jean risponde, facendo in modo che l’ipotesi finale della sua vita, sia la tesi stessa definitiva. La fine di un sogno. La fine. E basta.



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