Cultura, cinema e arte

“Bones and All” di L. Guadagnino. Recensione di F. Salierno

In carne e ossa si entra dentro la metafora del cannibalismo più crudo, nel nuovo film di Guadagnino. L’oralità più estrema, come atto di incorporazione dell’oggetto-Altro...


“Bones and All” di L. Guadagnino. Recensione di F. Salierno

In carne e ossa si entra dentro la metafora del cannibalismo più crudo, nel nuovo film di Guadagnino. L’oralità più estrema, come atto di incorporazione dell’oggetto-Altro, pur di possederlo e prenderne l’amore. L’atto cannibalico, nel film, proviene infatti da chi è ai margini di un vitale riconoscimento da parte dei riferimenti fondamentali proprio di quell’amore.

Potrebbe sembrare di genere horror questo film del regista siciliano, in realtà si esce maggiormente dalla sala con la sensazione di aver vissuto scene di amore romantico. O almeno, della sua ricerca e conquista. Si entra nella metafora, e non si esce da quella, fino alla fine della proiezione.

Nell’America spettrale di certe zone povere, on the road, si incontrano, riconoscendosi dall’odore, cannibali emarginati, incattiviti dal bisogno di mordere carne umana, ma anche l’anima.

Il film è basato sull’omonimo romanzo di Camille DeAngelis. La storia è quella di Maren (Taylor Russell) che, abbandonata anche dal padre perché impotente di fronte alle “peculiarità” della figlia, incontra Lee (Timothée Chalamet). Insieme partono alla ricerca della madre della ragazza, misteriosamente sparita quando era una bambina.

Maren e Lee, i due giovani protagonisti, si incontrano sulla strada di una storia di sofferenza che li accomuna. L’elemento condiviso, la propensione al bisogno di mangiare corpi umani. Bones and All, fino all’osso. Entrambi divorano, percependo, l’uno nello specchio dell’altra, la necessità di essere loro stessi divorati, ma da cure ed attenzioni.

Bones and All è pieno di vita, anche se pervaso di morte. E’ pieno di amore, anche se nell’orrore. Fa sognare, anche se sguazzando in fiumi di sangue. E finalmente colpisce disturbando, come è giusto che sia nell’arte. In una Mostra del Cinema piena di apocalisse e visione distopica, questo film è in grado di donare una speranza. Che si possa avere la possibilità di usare un linguaggio fuori da schemi precostituiti per raccontare. E, in questo caso, il linguaggio rude, anche per raccontare un contenuto delicato.

La platea si divide alla visione, applausi e fischi alla fine del film. Gli spettatori si contrappongono in faide: come sempre càpita, quando c’è qualcosa che costringe a pensare. Ma c’è anche chi fugge prima della fine, come sempre, quando c’è una storia che attrae e insieme respinge.

No, non è una storia di cannibali”, sono costretta a rispondere a chi mi chiede se lo sia. “E’ una bella  storia di amore. Perché l’amore, per alcuni, è anche quello che costringe ad inseguirlo, anche tutta la vita, senza trovarlo mai. E che quindi lascerà sempre quella strana, imprenscindibile, inarrestabile, sensazione di fame. E non basteranno tutta la carne e il sangue del mondo, per poterla metterla a tacere”.



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